Finanza
Scommessa Cina, tra gioie e dolori
Ilenia Reali Maria Lardara
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Clienti cinesi nei corridoi della fiera alla FortezzaE' il mercato con più prospettive ma passare le dogane è una lotteria
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FIRENZE. AmataodiataCina. E' dal paese del Dragone che tutto parte. E' causa, in parte, degli aumenti delle materie prime, e causa del ritorno dei clienti europei a comprare a Prato, è causa dei forti ostacoli che si trovano a esportare da loro. E infine sarà fondamentale anche per il futuro dell'export.
La ripresa del mercato interno cinese ha prodotto due effetti, ad oggi, sul tessile pratese: l'incetta di materie prime in tutto il mondo ha fatto lievitare i prezzi in modo esponenziale ma allo stesso tempo ha reso concreta la possibilità di esportare in un paese finora quasi sconosciuto o che comunque negli anni passati non ha portato ordinativi consistenti.
«La Cina - commentano in coro gli imprenditori - è l'opportunità più importante per il settore». Ma, fosse facile. «Le nuove leggi sulle importazioni di quel paese - spiega Alessandro Benelli di Linea Tessile Italiana - prevedono il controllo di tutti i tessuti in entrata e non più a campione come una volta. Adesso che qualche ordine l'abbiamo siamo però soggetti a forti rischi: non si capisce come mai ma spessissimo le analisi sulle stoffe non coincidono con le nostre e, di conseguenza, le spedizioni vengono bloccate». Una preoccupazione condivisa anche da Luigi Banci di Pontetorto, una delle aziende pratesi tra le più presenti sul mercato cinese.
Uno che nel mercato cinese ci crede, senza fare troppo mistero dei filati di lino acquistati in terra cinese, è Riccardo Marini, presente al salone di Pratotrade con due aziende ("Marini e Cecconi" e "Ospiti del Mondo").
«In Cina c'è una fascia di borghesia intermedia che può diventare un potenziale cliente per le nostre aziende. Non solo. I cinesi si stanno abituando a importare tessuti altamente creativi, come li facciamo noi a Prato. Del resto con questa crisi abbiamo imparato come lezione che i tessuti industrialmente riproducibili non sono più pane per i nostri denti. Ormai ci stiamo specializzando nel fare nicchie».
Un po' di cautela, quando si tratta di misurarsi con il gigante d'Oriente, sarà d'obbligo. «Filati e semilavorati li compriamo in Cina dove abbiamo anche una piccola produzione in partnership con alcune imprese cinesi: piccole collaborazioni in attesa di vedere come evolverà questo mercato», confessa un cauto Mario Maselli dallo stand della Emmetex. Targati Cina anche i semilavorati che finiscono nei magazzini della Ultra, il cui titolare Sandro Ciardi ha anche una sua spiegazione del perché i cinesi impazzino sempre più per il "made in Prato".
«Sono disposti a pagare i nostri tessuti a prezzi altissimi perché tanto poi hanno modo di risparmiare sul confezionamento». La Cina è vista infine come arma a doppio taglio anche dal lanificio Mario Bellucci. «Soprattutto per l'estivo - fa sapere il giovane Francesco Bellucci - andiamo in Cina per rifornirci di grossi quantitativi di cotone. Siamo costretti a farlo: a chiunque piacerebbe tessere o filare in Italia. Capita però di comprare 50mila metri di greggio da conservare nei nostri magazzini, correndo magari il rischio di tenerli lì senza poterli smaltire secondo le richieste». Anche Lineapiù sta investendo sul mercato cinese. Tramontata l'ipotesi di riacquistare la controllata nel paese del Dragone («siamo andati per suonargliele e ce le hanno suonate», racconta sorridendo Alessandro Bastagli la missione orientale con Coppini), Lineapiù sta potenziando l'ufficio di rappresentanza.
«E' un paese che conosco dal 1977 - sottolinea Mister Everlast - e credo che vada presidiato. Anziché produrre lì i capi per il loro mercato interno, cercheremo di vendere il nostro made in Italy». Da Filpucci invece un'azienda in Cina ce l'hanno ancora. «Ritengo - spiega Leandro Gualtieri - che sia conveniente produrre lì. E quindi sto potenziando l'azienda che abbiamo in quel paese. Ritengo sia l'unico modo per essere concorrenziali con i prezzi».
La ripresa del mercato interno cinese ha prodotto due effetti, ad oggi, sul tessile pratese: l'incetta di materie prime in tutto il mondo ha fatto lievitare i prezzi in modo esponenziale ma allo stesso tempo ha reso concreta la possibilità di esportare in un paese finora quasi sconosciuto o che comunque negli anni passati non ha portato ordinativi consistenti.
«La Cina - commentano in coro gli imprenditori - è l'opportunità più importante per il settore». Ma, fosse facile. «Le nuove leggi sulle importazioni di quel paese - spiega Alessandro Benelli di Linea Tessile Italiana - prevedono il controllo di tutti i tessuti in entrata e non più a campione come una volta. Adesso che qualche ordine l'abbiamo siamo però soggetti a forti rischi: non si capisce come mai ma spessissimo le analisi sulle stoffe non coincidono con le nostre e, di conseguenza, le spedizioni vengono bloccate». Una preoccupazione condivisa anche da Luigi Banci di Pontetorto, una delle aziende pratesi tra le più presenti sul mercato cinese.
Uno che nel mercato cinese ci crede, senza fare troppo mistero dei filati di lino acquistati in terra cinese, è Riccardo Marini, presente al salone di Pratotrade con due aziende ("Marini e Cecconi" e "Ospiti del Mondo").
«In Cina c'è una fascia di borghesia intermedia che può diventare un potenziale cliente per le nostre aziende. Non solo. I cinesi si stanno abituando a importare tessuti altamente creativi, come li facciamo noi a Prato. Del resto con questa crisi abbiamo imparato come lezione che i tessuti industrialmente riproducibili non sono più pane per i nostri denti. Ormai ci stiamo specializzando nel fare nicchie».
Un po' di cautela, quando si tratta di misurarsi con il gigante d'Oriente, sarà d'obbligo. «Filati e semilavorati li compriamo in Cina dove abbiamo anche una piccola produzione in partnership con alcune imprese cinesi: piccole collaborazioni in attesa di vedere come evolverà questo mercato», confessa un cauto Mario Maselli dallo stand della Emmetex. Targati Cina anche i semilavorati che finiscono nei magazzini della Ultra, il cui titolare Sandro Ciardi ha anche una sua spiegazione del perché i cinesi impazzino sempre più per il "made in Prato".
«Sono disposti a pagare i nostri tessuti a prezzi altissimi perché tanto poi hanno modo di risparmiare sul confezionamento». La Cina è vista infine come arma a doppio taglio anche dal lanificio Mario Bellucci. «Soprattutto per l'estivo - fa sapere il giovane Francesco Bellucci - andiamo in Cina per rifornirci di grossi quantitativi di cotone. Siamo costretti a farlo: a chiunque piacerebbe tessere o filare in Italia. Capita però di comprare 50mila metri di greggio da conservare nei nostri magazzini, correndo magari il rischio di tenerli lì senza poterli smaltire secondo le richieste». Anche Lineapiù sta investendo sul mercato cinese. Tramontata l'ipotesi di riacquistare la controllata nel paese del Dragone («siamo andati per suonargliele e ce le hanno suonate», racconta sorridendo Alessandro Bastagli la missione orientale con Coppini), Lineapiù sta potenziando l'ufficio di rappresentanza.
«E' un paese che conosco dal 1977 - sottolinea Mister Everlast - e credo che vada presidiato. Anziché produrre lì i capi per il loro mercato interno, cercheremo di vendere il nostro made in Italy». Da Filpucci invece un'azienda in Cina ce l'hanno ancora. «Ritengo - spiega Leandro Gualtieri - che sia conveniente produrre lì. E quindi sto potenziando l'azienda che abbiamo in quel paese. Ritengo sia l'unico modo per essere concorrenziali con i prezzi».
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