Il dolore
Tre incendi, una sola persecuzione
Paolo Nencioni
◗
La conferenza stampa in Questura A destra lincendio di novembre Arrestato infermiere che non aveva accettato la separazione dalla moglie
4 MINUTI DI LETTURA
PRATO. Sembrava una "normale" anche se brutale storia di stalking, la persecuzione nei confronti di una donna che ha lasciato il suo uomo, ma quando gli investigatori della squadra mobile si sono imbattuti in un sacco di nitrato ammonico hanno drizzato le antenne e hanno capito che poteva finire molto peggio. E cioè che ci poteva scappare il morto, se i sospetti nati dopo l'esito di una perquisizione domiciliare a carico dell'indagato troveranno una conferma. L'indagine che ha portato in carcere Gioacchino Di Grigoli, infermiere di 40 anni in servizio all'ospedale di Prato, con le accuse di tentato omicidio, incendio doloso, stalking ed estorsione, ha alzato il velo su una vicenda esplosiva, in senso letterale. Nel corso della perquisizione a casa dell'infermiere, infatti, gli uomini della Mobile coordinati dal vice questore Francesco Nannucci hanno sequestrato una discreta quantità di polvere pirica, bombole di gas, una miccia di 115 centimetri e un sacco di nitrato ammonico, un fertilizzante che può essere usato per fabbricare bombe artigianali (è già successo, ad opera di terroristi, con conseguenze catastrofiche). Ma partiamo dall'inizio per ricostruire una storia che lo stesso Nannucci ha definito di «enorme gravità», e cioè dal 20 novembre in via da Filicaia 35. Quello che era sembrato un incendio accidentale si è poi rivelato doloso. Andò a fuoco l'appartamento dove viveva una donna albanese di 31 anni, il figlio di 7, la sorella a sua volta madre di un bambino di 7 mesi e il marito di lei. I bambini finirono al Meyer, le donne all'ospedale di Pisa con gravi ustioni. Il giorno dopo sul telefono cellulare dell'albanese di 31 anni arriva un sms anonimo di "rivendicazione": «Hai visto che ho fatto? Ti basta?». I sospetti si appuntano su Di Grigoli, che un anno fa ha sposato in Albania la donna albanese (matrimonio non registrato in Italia). Il 4 ottobre la moglie lo ha raggiunto a Prato, ma il rapporto è già deteriorato. Lei dice che lui la tiene chiusa in casa, è ossessivamente geloso, il matrimonio naufraga e lui non lo accetta. La donna dunque va a vivere insieme alla sorella e al cognato e il 20 novembre viene appiccato l'incendio. Ancora non ci sono prove sufficienti contro Di Grigoli (l'sms è partito da un cellulare intestato a un cinese inesistente). E così l'11 dicembre va a fuoco l'auto di un italiano che nel frattempo aveva allacciato una relazione con la moglie albanese dell'infermiere. La squadra mobile continua i suoi accertamenti e le feste di Natale concedono una provvidenziale tregua, perché Di Grigoli prende il figlio che ha avuto da un precedente matrimonio e si trasferisce in Sicilia dai parenti. Ma non cessano le minacce e i messaggi telefonici alla moglie albanese, anche cento al giorno. Proprio da questi messaggi la polizia capisce che il 7 gennaio l'infermiere sta tornando a Prato con intenzioni bellicose. Quella notte i poliziotti in borghese piazzano un gps sotto la sua auto, ma questo non impedisce a Di Grigoli di muoversi all'alba dell'8 gennaio per andare a incendiare un'altra auto in uso al nuovo compagno della moglie, in via dei Casini 57. La misura è colma: il gps conferma che Di Grigoli era in via dei Casini all'ora dell'incendio e l'infermiere, d'intesa col sostituto procuratore Laura Canovai, viene sottoposto a fermo. I poliziotti vanno poi a perquisire la sua abitazione dove trovano il potenziale arsenale (oltre a tre telefoni cellulari, uno intestato a Di Grigoli, gli altri due a cinesi inesistenti). Insieme a polvere pirica e fertilizzante sequestrano un computer, dove ora stanno verificando se Di Grigoli ha frequentato siti dove si insegna a costruire ordigni artigianali. Se i sospetti degli inquirenti sono fondati, il prossimo passo poteva essere un'esplosione. Gioacchino Di Grigoli aveva già avuto grane nel 2002 dall'ex moglie peruviana, che lo accusò di minacce e molestie. Successivamente è stato coinvolto nell'inchiesta del sostituto Squillace sui falsi permessi di soggiorno (era accusato di aver firmato false dichiarazioni di ospitalità per gli stranieri) e nell'aprile del 2007 è stato condannato a tre anni e un mese di reclusione. Ciò nonostante ha continuato a lavorare in ospedale, almeno fino all'8 gennaio, quando è finito alla Dogaia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
