Il Tirreno

Prato

L’hanno trovato quando ormai era già morto. Polemico il sindacato: «Colpa del sovraffollamento delle carceri»

Detenuto di 22 anni si impicca in cella alla Dogaia

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 PRATO. Aveva appena 22 anni ed era originario della Sicilia il detenuto che ieri pomeriggio si è tolto la vita in una cella del carcere della Dogaia. Il ragazzo ha usato un lenzuolo per appendersi alle sbarre ed era praticamente già morto quando sul posto è arrivato il medico del carcere, poi seguito dall'automedica e da un'ambulanza della Pubblica Assistenza.  Il dramma si è consumato intorno alle 16 e non è chiaro se abbia avuto testimoni. Il detenuto era rinchiuso nella sezione dei "comuni", dove le celle sono condivise, ma non è chiaro i suoi compagni di cella fossero presenti.  Appena gli agenti di polizia penitenziaria si sono accorti di quello che era successo sono iniziate le manovre di rianimazione, ma è apparso subito chiaro che non c'era più nulla da fare. Secondo quanto è stato possibile accertare, il lenzuolo usato è quello in dotazione ai detenuti. Non è stato reso noto il motivo per cui il giovane fosse detenuto. E ovviamente resta da capire per quale motivo abbia scelto di togliersi la vita.  La polizia penitenziaria ha avvisato il sostituto procuratore Giuseppe Ledda, che ha disposto il trasferimento della salma all'Istituto di anatomia patologica, dove verrà compiuta l'autopsia.  «Chi ha competenze politiche e amministrative - ha affermato in una nota il segretario generale di Uil Pa penitenziari, Eugenio Sarno - potrà anche continuare a perpetrare un ostinato quanto offensivo silenzio e negare risposte a chi pone la questione penitenziaria in termini crudi e nudi. Ma non potrà sottrarsi prima o poi dall'affrontare la tragica realtà delle morti in cella».  Sarno, affermando che «nè il ministro della Giustizia nè il Governo pare abbiano intenzione di affrontare con determinazione il dramma penitenziario», ha proseguito annunciando di volersi «appellare al presidente Giorgio Napolitano, e persino alle autorità ecclesiastiche».  «Il personale - testimonia il sindacalista - è solo e abbandonato. Un solo agente preposto alla sorveglianza di decine, centinaia di detenuti è naturalmente impedito a prevenire morte e violenza dovendo badare soprattutto alla propria incolumità. Pertanto è da irresponsabili pensare di poter attivare, come si vuole fare a Prato, nuove sezioni senza assegnare alcuna unità di polizia penitenziaria aggiuntiva».

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