Il dolore
L'operaia Mei Xi fa vertenza
Maria Lardara
◗
Il sindacalista Giovanni Piras della Cgil accanto controlli in una dittaPer la prima volta crolla il muro di omertà nel mondo delle confezioni cinesi
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PRATO. L'hanno trovata in lacrime sotto il loggiato della Camera del lavoro di piazza Mercatale. Quando si dice ironia della sorte. Licenziata su due piedi il 12 gennaio scorso, in tasca un permesso di soggiorno regolare e un biglietto con destinazione Fujian, in Cina. Martedì pomeriggio Chen Mei Xi, 29 anni con un marito e un figlio di 5 anni che l'aspettano in Cina, non sapeva di trovarsi nel posto giusto.
Perché alla Cgil, dove è stata accompagnata da alcuni passanti che avevano letto nei suoi occhi la disperazione, la ragazza si è fatta coraggio per denunciare gli ex datori di lavoro: la confezione "Touch'n Touch" srl di via Toscana. Buste paga "falsate" (contratto part-time al 50% sulla carta, in pratica turni massacranti fino a 15 ore di lavoro al giorno), una valanga di irregolarità, referti del ginecologo che attestano la necessità di cure mediche per la giovane dagli occhi a mandorla: tutto materiale che in queste ore è in mano all'ufficio vertenze della Cgil e oggi pomeriggio, se fallirà il tentativo di conciliazione con il consulente dell'azienda (la prima telefonata con i titolari è andata male), si righerà dritto dall'ispettorato del lavoro. E sarebbe la prima vertenza sindacale intentata da un operaio cinese a Prato: una svolta storica che potrebbe fare da apripista nel fare emergere quelle sacche di illegalità e sfruttamento al limite del disumano, diffuse soprattutto nelle realtà di confezioni e laboratori. Terreno non facile per il sindacato pratese, per il muro di omertà e silenzio del cinese che spesso preferisce stringere i denti e sopportare, pur di raccimolare qualche soldino. Ma Chen Mei Xi, da un anno a Prato senza amici né parenti (prima viveva a Bologna), ha deciso di parlare e denunciare tutto a Giovanni Piras, il responsabile dell'ufficio vertenze. Ha trovato una sponda in un giovane maestro con una buona padronanza degli ideogrammi, Emanuele Bresci (in città conosciuto come il presidente del comitato gay e lesbiche). Quando martedì pomeriggio Mei Xi ha bussato al sindacato, Emanuele era impegnato in una riunione della Cgil scuola quando si è trovato a dover tradurre gli appelli disperati della ragazza. A lui e Piras, Mei Xi ha raccontato di essere stata messa in regola dai titolari, Zheng Cuiqing e Chen Meijuan, solo il 29 luglio scorso. «Poco tempo prima - ha proseguito - l'azienda aveva subito un'ispezione delle forze dell'ordine. Da aprile sono stata lì a nero ed eravamo in tutto sei dipendenti cinesi e senza mai un giorno di riposo». Il benservito è arrivato il 12 gennaio scorso: le due socie, stando ai primi accertamenti del sindacato ancora da chiarire con il consulente, avrebbero fatto firmare alla lavoratrice una lettera di dimissioni senza pagarle per di più lo stipendio di dicembre.
«Volevo assentarmi per un mese per ritornare in Cina, riabbracciare mio figlio e pensare un po' alla mia salute. Ma - ha spiegato la giovane - il permesso mi è stato negato e, anzi, mi sono ritrovata sulla strada visto che le "padrone" mi davano anche l'alloggio». Spontaneo chiedersi quanto guadagnasse Mei Xi, che tra meno di una settima tornerà a casa, in Cina: 500 euro al netto in busta, di fatto ne portava 900 a casa. «E i contributi dovevo versarli per conto mio - aggiunge -, oltre al costo della busta paga mensile che era a mio carico».
Perché alla Cgil, dove è stata accompagnata da alcuni passanti che avevano letto nei suoi occhi la disperazione, la ragazza si è fatta coraggio per denunciare gli ex datori di lavoro: la confezione "Touch'n Touch" srl di via Toscana. Buste paga "falsate" (contratto part-time al 50% sulla carta, in pratica turni massacranti fino a 15 ore di lavoro al giorno), una valanga di irregolarità, referti del ginecologo che attestano la necessità di cure mediche per la giovane dagli occhi a mandorla: tutto materiale che in queste ore è in mano all'ufficio vertenze della Cgil e oggi pomeriggio, se fallirà il tentativo di conciliazione con il consulente dell'azienda (la prima telefonata con i titolari è andata male), si righerà dritto dall'ispettorato del lavoro. E sarebbe la prima vertenza sindacale intentata da un operaio cinese a Prato: una svolta storica che potrebbe fare da apripista nel fare emergere quelle sacche di illegalità e sfruttamento al limite del disumano, diffuse soprattutto nelle realtà di confezioni e laboratori. Terreno non facile per il sindacato pratese, per il muro di omertà e silenzio del cinese che spesso preferisce stringere i denti e sopportare, pur di raccimolare qualche soldino. Ma Chen Mei Xi, da un anno a Prato senza amici né parenti (prima viveva a Bologna), ha deciso di parlare e denunciare tutto a Giovanni Piras, il responsabile dell'ufficio vertenze. Ha trovato una sponda in un giovane maestro con una buona padronanza degli ideogrammi, Emanuele Bresci (in città conosciuto come il presidente del comitato gay e lesbiche). Quando martedì pomeriggio Mei Xi ha bussato al sindacato, Emanuele era impegnato in una riunione della Cgil scuola quando si è trovato a dover tradurre gli appelli disperati della ragazza. A lui e Piras, Mei Xi ha raccontato di essere stata messa in regola dai titolari, Zheng Cuiqing e Chen Meijuan, solo il 29 luglio scorso. «Poco tempo prima - ha proseguito - l'azienda aveva subito un'ispezione delle forze dell'ordine. Da aprile sono stata lì a nero ed eravamo in tutto sei dipendenti cinesi e senza mai un giorno di riposo». Il benservito è arrivato il 12 gennaio scorso: le due socie, stando ai primi accertamenti del sindacato ancora da chiarire con il consulente, avrebbero fatto firmare alla lavoratrice una lettera di dimissioni senza pagarle per di più lo stipendio di dicembre.
«Volevo assentarmi per un mese per ritornare in Cina, riabbracciare mio figlio e pensare un po' alla mia salute. Ma - ha spiegato la giovane - il permesso mi è stato negato e, anzi, mi sono ritrovata sulla strada visto che le "padrone" mi davano anche l'alloggio». Spontaneo chiedersi quanto guadagnasse Mei Xi, che tra meno di una settima tornerà a casa, in Cina: 500 euro al netto in busta, di fatto ne portava 900 a casa. «E i contributi dovevo versarli per conto mio - aggiunge -, oltre al costo della busta paga mensile che era a mio carico».
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