Il Tirreno

Prato

Protestano le commesse di Sasch Calabria

Ilenia Reali
Protestano le commesse di Sasch Calabria

Oggi saranno in consiglio. «Vogliamo i nostri soldi. Come ci avevano promesso»

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PRATO. Hanno viaggiato in treno tutta la notte. Dodici ore di viaggio da Reggio Calabria a Prato nel tentativo di capire cosa ne è dei circa 8.000 euro che ciascuna di loro, tutte e tre commesse Sasch del negozio di Rizziconi, deve avere da una delle società satellite del gruppo Go fin, la "Fin-co" attualmente in fase di concordato preventivo. Ieri hanno incontrato i rappresentanti sindacali del commercio della Cgil. E oggi pomeriggio saranno in consiglio comunale per protestare e far conoscere, attraverso una memoria, la loro storia professionale alle dipendenze dell'azienda di abbigliamento del sindaco.  Isoline Nucera, Roberta Lombardo e Maria Rosa Sainato hanno lavorato nel negozio anche nel periodo della crisi del Gruppo, hanno partecipato alla svendita per la cessazione dell'esercizio commerciale (Isoline si è dimessa il 7 novembre, le altre fino al 25 novembre, data di chiusura).  «Ci era stato garantito - raccontano le tre commesse - che con i soldi che avremmo incassato dalla svendita ci avrebbero pagato i nostri soldi, lo stipendio, il Tfr, la tredicesima, le ferie non godute e la quattordicesima. Durante la svendita abbiamo incassato circa 25-30.000 euro che abbiamo versato in cassa continua sul conto intestato all'azienda, il numero 10488. Ma noi non abbiamo visto un euro».  E' un racconto di promesse vane (la quattordicesima doveva essere pagata a rate ma poi non è avvenuto), di telefonate fatte a Prato senza riuscire a parlare con i titolari, di un negozio dove dalla sede di Capalle arrivavano capi prezzati in lire.  E di passaggi da una società all'altra dei negozi Fin-co. «A giugno - raccontano - i rappresentanti dei negozi sono stati chiamati a Firenze dalla proprietà. Lì ci hanno fatto vedere come cambiavano le società, ci hanno detto che aspettavano una risposta dalle banche e che dovevamo avere pazienza. Giacomo Cenni sottolineava che erano ottimisti. Per noi quella variazione societaria ha significato perdere il lavoro, non riscuotere nulla di ciò che dovevamo avere e visto che alla fine non avevamo una media di 15 dipendenti non prendere la mobilità, nè i mille euro di anticipo di stipendio dati agli altri e neppure gli oltre 5.000 euro di uscita. Nulla di nulla. E tutto questo lo vogliamo raccontare a Prato».  Mentre nel distretto la proprietà, a ottobre, continuava a dire di "essere ottimista" sugli esiti della vicenda, in Calabria - ma anche in altre città - ci si preparava alla chiusura del negozio. «Ci arrivavano scatole di abiti dal magazzino di Capalle da mettere in negozio e vendere. Erano sicuramente di collezioni passate, avevano i prezzi in lire. Abbiamo venduto tanto, in mezzo a mille problemi e disagi. Abbiamo lavorato per riavere quello che ci spettava e che non ci è stato dato. Ci siamo trovate in mezzo a un concordato dove ai creditori chirografari viene data una percentuale ridicola, il 5%».  Vorrebbero i soldi che sono stati loro promessi. «Solo ieri abbiamo saputo che due di noi, chi è rimasto a lavoro fino al 25, avranno la cassa integrazione in deroga. Forse. Dalla Calabria era impossibile riuscire ad avere qualunque tipo di informazione».  E ciò nonostante sono informatissime. Hanno fatto le visure camerali delle società, una di loro ha richiesto i propri soldi attraverso un avvocato già a novembre (le hanno risposto che l'avrebbero pagata il 10 dicembre, cosa non avvenuta), hanno letto tutti gli articoli usciti sulla vicenda.  «Il 22 febbraio - riferiscono - il Tribunale di Palmi si occuperà della richiesta del centro commerciale dove si trovava il negozio di avere l'affitto arretrato. Due anni non pagati».

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