Gioco
La sfida di Michael Baldini che a Manhattan vende tessuti, maglieria e accessori italiani
Gli stilisti emergenti americani preferiscono il "made in Prato"
Barbara Burzi
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Michael Baldini a New York 3 MINUTI DI LETTURA
PRATO. Quando si parla di tessile, sempre più spesso si ricorre alla parola sfida. Ma questa volta il termine calza a pennello per raccontare la storia di Michael Baldini, 27 anni e una pronuncia inglese praticamente quasi perfetta. Non a caso la sua battaglia si consuma negli Stati Uniti, dove il giovane, pratese, sta lavorando per far incontrare l'offerta (made in Italy) con la domanda degli stilisti emergenti più promettenti della scena americana. «Combattere a favore del tessile italiano all'estero», recita il suo motto. Più simile a un "broker" della moda che a un rappresentante, da un lato si sostituisce al buyer cercando di farsi interprete di stili e tendenze e dall'altro, permette ai produttori italiani di raggiungere il mercato d'Oltreoceano. «Il mio ruolo è quello di offrire al cliente un servizio di consulenza stilistica personalizzato - continua - a partire da un'ampia collezione di prodotti basata su una selezione di tessuti, filati, maglieria (in cachemire), accessori e capispalla realizzati da produttori italiani di livello medio alto». Da qualche settimana Michael (un nome che gli deriva dalle origini londinesi della madre) è tornato in città senza, tuttavia, la minima intenzione di restarci. Si fermerà fino alla fine dell'anno, dopodiché ripartirà per New York, destinazione Manhattan, quartier generale di Lm Tessuti. Ufficio di rappresentanza con il quale Baldini collabora da circa un anno: «Le cose stanno andando bene - ammette - sono partito con un paio di aziende, che nel giro di un anno sono diventate una decina, e non solo del distretto pratese». Il mercato americano, a parer suo, sta funzionando. Meglio di quello del Giappone, dove per un breve periodo si era trasferito con lo stesso proposito di vendere le stoffe di casa nostra. Viene così messo in crisi il luogo comune secondo cui la moda italiana non susciterebbe più l'interesse dei compratori esteri, vuoi per i prezzi poco concorrenziali, vuoi per le difficoltà delle piccole e medie imprese del manifatturiero di penetrare i mercati internazionali. E' cambiato, semmai, il target della clientela cui fare riferimento. «Mentre in passato i nostri compratori americani di riferimento erano i grandi gruppi della moda, da Gap a Banana Republic - osserva - adesso sono i contemporary designer, quelli nati in questi anni e che più fanno tendenza, a guardare con attenzione al prodotto italiano di qualità. In realtà, lo facevano anche prima solo che non erano considerati. Le esigenze dei produttori italiani sono cambiate, basti pensare che, se fino a qualche anno fa gli stilisti emergenti non venivano nemmeno ricevuti negli stand, oggi si preferisce vendere mille metri di stoffa a un prezzo giusto che duemila sottocosto per essere più competitivi». Tory Burch, Polo Rugby, The Row, Coach e Diane Van Funstenberg sono alcuni nomi di designer che attingono alla collezione promossa da Baldini. Una predisposizione naturale la sua, cui si aggiunge l'esser figlio d'arte. Di quel Fabrizio Baldini, imprenditore tessile, all'apice della "gloria" negli anni '90, considerato da molti un talento per la sua capacità di interpretare le tendenze e molto apprezzato per l'impegno e il coraggio delle proprie idee. Fra tutte quella di abolire Prato Expo, una probabilità apparsa azzardata all'epoca, finché il tempo non gli ha dato ragione. «Mio padre viaggiava molto per lavoro - racconta Michael - e io lo seguivo spesso nelle fiere tessili in giro per il mondo. Osservavo e imparavo. A distanza di anni, poterci tornare in questa veste è per me una grande soddisfazione». Tanto grande da pagarci un prezzo: «Stare lontano da Prato mi pesa». Ma questa è un'altra storia.
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