Sicurezza
Già spesi 22 milioni per il Centro di ricerca che ancora non esiste
Giovanni Ciattini
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L’esterno del Centro di ricerca di via Galcianse, sopra com’era il cantiere quattro anni fa3 MINUTI DI LETTURA
PRATO. Il Creaf (Centro di ricerca e alta formazione) può essere catalogato come spreco "solo" perché è costato finora oltre 22 milioni euro? Sarà il tempo a giudicare. Gli oltre trenta milioni spesi per acquistare e ristrutturare l'ex Campolmi consegnando così alla città una fra le biblioteche più all'avanguardia d'Italia, ad esempio, non lo sono considerati. Ma il fatto è che il Creaf di via Galcianese è a tutt'oggi, a cinque anni dall'inizio dei lavori di ristrutturazione dell'ex lanificio Marino Olmi,"un oggetto non ancora identificato". Un immenso fabbricato i cui lavori sono perennemente in corso e di cui ancora la fine non la si vede. Un pozzo, in apparenza senza fondo, nel quale finiscono i soldi pubblici, italiani od europei. A sparare a zero contro il Creaf, ultimo in ordine di tempo, è stato nei giorni scorsi il consigliere comunale e provinciale Riccardo Bini (Futuro e libertà).
Ma perché tanta acredine nei confronti di un progetto che, secondo i suoi originari sostenitori (gli ex amministratori provinciali del centrosinistra) pare destinato ad imprimere una svolta nel futuro del distretto pratese creando uno spazio ad hoc a ricerca e innovazione? «Le ragioni sono tante - risponde Bini - la principale è che a cinque anni di distanza ci troviamo davanti ad una pura operazione immobiliare, molto opinabile fra l'altro. L'immobile è costato 8 milioni e 450mila euro. La ristrutturazione doveva costare 7 milioni, in realtà il costo è raddoppiato: 14 milioni. E questo per una superficie utile di 9500 metri quadri, il che significa 2300 euro al metro quadro. Un prezzo totalmente fuori mercato. Tanto valeva costruire di sana pianta l'edificio». Ma perché investire una cifra così elevata? «Credo che lo si sia fatto per non perdere 5 milioni di euro a fondo perduto Cipe erogati dalla Regione Toscana» risponde Bini. Poi, però, qualcosa deve essere sfuggito di mano.
Perché i costi di ristrutturazione appaiono elevati e i tempi di consegna si sono allungati. «Secondo il business plan - continua Bini - avrebbero dovuto essere completato nel marzo 2008. Ora si parla del marzo 2010. E questo allunga i tempi di ammortamento dei costi visto che si era previsto di incamerare 600mila euro l'anno nell'affitto degli spazi». Ma da dove sono arrivati i soldi? La spesa è stata assicurata per oltre 5 milioni da un finanziamento Cipe, gli altri soldi ce li hanno messi i soci, ovvero Provincia, Comune di Prato e gli altri comuni della provincia, più si è fatto ricorso ad indebitamento bancario.
Un anticipo di circa 6 milioni è stato erogato lo scorso marzo dalla Provincia al Creaf per far fronte ai costi della ristrutturazione. Il Creaf, un presidente, Luca Rinfreschi e una segretaria, galleggia ancora in un limbo ma riesce a produrre bilanci negativi: nel 2009 il rosso è stato di 86mila euro. «Non ci siamo davvero - continua Bini - un investimento di questa portata costituisce un errore di strategia. Se si voleva promuovere l'innovazione lo si poteva fare con strumenti diversi e intervendo su strutture già esistenti, penso al Pin, sostenendo l'attività di ricerca. Ventidue milioni...quasi quanto il Governo ha stanziato in via straordinaria per gli ammortizzatori sociali». Allora, che fare: andare avanti o fermarsi? «Fermarsi, finché si è in tempo».
Ma perché tanta acredine nei confronti di un progetto che, secondo i suoi originari sostenitori (gli ex amministratori provinciali del centrosinistra) pare destinato ad imprimere una svolta nel futuro del distretto pratese creando uno spazio ad hoc a ricerca e innovazione? «Le ragioni sono tante - risponde Bini - la principale è che a cinque anni di distanza ci troviamo davanti ad una pura operazione immobiliare, molto opinabile fra l'altro. L'immobile è costato 8 milioni e 450mila euro. La ristrutturazione doveva costare 7 milioni, in realtà il costo è raddoppiato: 14 milioni. E questo per una superficie utile di 9500 metri quadri, il che significa 2300 euro al metro quadro. Un prezzo totalmente fuori mercato. Tanto valeva costruire di sana pianta l'edificio». Ma perché investire una cifra così elevata? «Credo che lo si sia fatto per non perdere 5 milioni di euro a fondo perduto Cipe erogati dalla Regione Toscana» risponde Bini. Poi, però, qualcosa deve essere sfuggito di mano.
Perché i costi di ristrutturazione appaiono elevati e i tempi di consegna si sono allungati. «Secondo il business plan - continua Bini - avrebbero dovuto essere completato nel marzo 2008. Ora si parla del marzo 2010. E questo allunga i tempi di ammortamento dei costi visto che si era previsto di incamerare 600mila euro l'anno nell'affitto degli spazi». Ma da dove sono arrivati i soldi? La spesa è stata assicurata per oltre 5 milioni da un finanziamento Cipe, gli altri soldi ce li hanno messi i soci, ovvero Provincia, Comune di Prato e gli altri comuni della provincia, più si è fatto ricorso ad indebitamento bancario.
Un anticipo di circa 6 milioni è stato erogato lo scorso marzo dalla Provincia al Creaf per far fronte ai costi della ristrutturazione. Il Creaf, un presidente, Luca Rinfreschi e una segretaria, galleggia ancora in un limbo ma riesce a produrre bilanci negativi: nel 2009 il rosso è stato di 86mila euro. «Non ci siamo davvero - continua Bini - un investimento di questa portata costituisce un errore di strategia. Se si voleva promuovere l'innovazione lo si poteva fare con strumenti diversi e intervendo su strutture già esistenti, penso al Pin, sostenendo l'attività di ricerca. Ventidue milioni...quasi quanto il Governo ha stanziato in via straordinaria per gli ammortizzatori sociali». Allora, che fare: andare avanti o fermarsi? «Fermarsi, finché si è in tempo».
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