Sicurezza
Nel nostro territorio? No, grazie
Maria Lardara
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Il plastico della Cittadella Viola: il progetto della famiglia Della Valle attende ancora una sua collocazioneDavid Fanfani, presidente dell'associazione Parco Agricolo
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PRATO. In città l'hanno bocciata soprattutto per simpatie calcistiche legate alla squadra del cuore o alle rivalità di campanile. Nessuno finora ha però rimarcato l'accento sul fatto che quegli spazi verdi candidati per la location della "cittadella viola", ettari ed ettari di terra che ricadono nel quartiere di Prato sud, precisamente nella zona di San Giorgio a Colonica, sono aree a vocazione agricola, inglobate nel progetto metropolitano del "Parco della Piana" fra Firenze e Prato. Nessuno tranne lui, l'architetto David Fanfani, presidente dell'associazione "Parco Agricolo" di Prato, nata quasi un anno fa dall'esperienza del Forum delle associazioni per valorizzare il territorio agricolo pratese. Il suo giudizio è molto severo: «E' una proposta totalmente avulsa dalle scelte di fondo effettuate attraverso il nuovo piano strutturale, ma anche dal percorso avviato ormai da oltre due anni, a livello metropolitano, che vede il Comune come parte attiva nella la creazione di un grande parco agricolo».
Architetto, perché non fare assolutamente la "cittadella viola" a Prato? «Si tratta di un'ipotesi fortemente impattante su un territorio che, sia sul piano infrastrutturale che degli equilibri ambientali, non ha certo bisogno di nuovi carichi ma di una generale riqualificazione. Ma ormai siamo abbastanza abituati, detto in termini assolutamente bipartisan, ai modi un po' "estemporanei" di costruire l'agenda politico-amministrativa anche nella nostra città». In che senso? «L'agenda viene dettata a prescindere da quello nella città avviene, dai processi di governance avviati e dalle caratteristiche e criticità del territorio».
I fautori della cittadella sottolineano però le nuove possibilità di sbocchi occupazionali. «Possibilità che però sono in gran parte legate alla transitoria fase di costruzione, e ad attività non certo innovative, commerciali e di servizio. Ciò senza attivare peraltro quei servizi sportivi diffusi di cui la città ha invece estremo bisogno. E poi non dobbiamo dimenticare che la città si sta dotando di un nuovo piano strutturale».
Scenari diversi dunque? «Certo. L'opzione di fondo proposta, come giustamente ricordato dal consulente del piano Gianfranco Gorelli, è quella di valorizzare il grande bacino di carattere culturale e patrimoniale del nostro territorio che, in rete con il suo contesto provinciale e metropolitano, costituisce un valore aggiunto formidabile, in grado di sviluppare catene economiche legate al turismo e alle produzioni agro-alimentari tipiche. Si parla di nuovi modelli di consumo, con la nascita di iniziative locali di impresa in campo agro-alimentare e la domanda di una maggiore qualità del nostro territorio. E che creano già adesso nuove economie, molto spesso sconosciute agli stessi pratesi. Un "brand" territoriale di richiamo per altri tipi di attività di eccellenza.
Perché definisce l'ipotesi cittadella una "scorciatoia"? «Cercare scorciatoie, peraltro non molto originali e con poco rapporto con la storia e le caratteristiche del nostro territorio, rischia di dare una prospettiva ancora di più incerta. A fronte dell'irreversibile consumo di risorse non riproducibili come il suolo ed il territorio agricolo, si espone ulteriormente Prato a fattori del tutto esterni e di grande volatilità. Non si tratta di chiusura provinciale, ma di selezionare delle opportunità che possono sì provenire dall'esterno, ma per creare iniziative coerenti con le necessità di sviluppo del nostro territorio. E come espresso più volte dal sindaco Cenni, le Cascine di Tavola potrebbero divenire il fulcro di tale nuovo modello territoriale ed economico».
Architetto, perché non fare assolutamente la "cittadella viola" a Prato? «Si tratta di un'ipotesi fortemente impattante su un territorio che, sia sul piano infrastrutturale che degli equilibri ambientali, non ha certo bisogno di nuovi carichi ma di una generale riqualificazione. Ma ormai siamo abbastanza abituati, detto in termini assolutamente bipartisan, ai modi un po' "estemporanei" di costruire l'agenda politico-amministrativa anche nella nostra città». In che senso? «L'agenda viene dettata a prescindere da quello nella città avviene, dai processi di governance avviati e dalle caratteristiche e criticità del territorio».
I fautori della cittadella sottolineano però le nuove possibilità di sbocchi occupazionali. «Possibilità che però sono in gran parte legate alla transitoria fase di costruzione, e ad attività non certo innovative, commerciali e di servizio. Ciò senza attivare peraltro quei servizi sportivi diffusi di cui la città ha invece estremo bisogno. E poi non dobbiamo dimenticare che la città si sta dotando di un nuovo piano strutturale».
Scenari diversi dunque? «Certo. L'opzione di fondo proposta, come giustamente ricordato dal consulente del piano Gianfranco Gorelli, è quella di valorizzare il grande bacino di carattere culturale e patrimoniale del nostro territorio che, in rete con il suo contesto provinciale e metropolitano, costituisce un valore aggiunto formidabile, in grado di sviluppare catene economiche legate al turismo e alle produzioni agro-alimentari tipiche. Si parla di nuovi modelli di consumo, con la nascita di iniziative locali di impresa in campo agro-alimentare e la domanda di una maggiore qualità del nostro territorio. E che creano già adesso nuove economie, molto spesso sconosciute agli stessi pratesi. Un "brand" territoriale di richiamo per altri tipi di attività di eccellenza.
Perché definisce l'ipotesi cittadella una "scorciatoia"? «Cercare scorciatoie, peraltro non molto originali e con poco rapporto con la storia e le caratteristiche del nostro territorio, rischia di dare una prospettiva ancora di più incerta. A fronte dell'irreversibile consumo di risorse non riproducibili come il suolo ed il territorio agricolo, si espone ulteriormente Prato a fattori del tutto esterni e di grande volatilità. Non si tratta di chiusura provinciale, ma di selezionare delle opportunità che possono sì provenire dall'esterno, ma per creare iniziative coerenti con le necessità di sviluppo del nostro territorio. E come espresso più volte dal sindaco Cenni, le Cascine di Tavola potrebbero divenire il fulcro di tale nuovo modello territoriale ed economico».
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