Attenzione
Il fiume di soldi non si arresta
Paolo Nencioni
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Il sequestro dei money transfer Sequestrati money transfer con un milione e mezzo di euro
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PRATO. Non è più un "fiume di denaro", probabilmente, ma i rivoli sono ancora diretti in Cina, e non sono semplici gocce. Da una costola di quella che a fine giugno fu battezzata operazione "Cian liu", fiume di denaro appunto, l'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sull'esportazione di capitali nell'Estremo Oriente, nascono gli accertamenti che ieri hanno portato al sequestro di altri quattro money transfer cinesi. I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Firenze, diretti dal colonnello Flavio Urbani, sono tornati a Prato, dove ieri pomeriggio hanno fatto visita ad almeno tre money transfer nella zona di via Pistoiese (un altro sarebbe stato ispezionato a Sesto Fiorentino). Come a giugno, i finanzieri agiscono su delega del sostituto procuratore antimafia Pietro Suchan, titolare dell'inchiesta in cui si ipotizza, tra l'altro, il reato di riciclaggio, che ha portato finora alla scoperta di oltre tre miliardi di euro spediti dall'Italia alla Cina con modalità ritenute illegali. Uno dei tre money transfer perquisiti a Prato si trova al 125 di via Pistoiese. All'esterno non c'è alcuna insegna, ma dentro ci sarebbe tutto l'occorrente per spedire il denaro per via telematica, come in un normale sportello Western Union. C'era anche dell'altro, se troveranno conferma le voci raccolte sul posto: la bellezza di un milione e mezzo di euro in contanti, depositato dai clienti cinesi e in attesa di essere ritirato da un corriere per essere messo al sicuro in banca. Il denaro, invece, sarebbe stato sequestrato dalla Finanza e finirà insieme ai quasi cento milioni che sono stati recuperati a giugno. Una decina di cinesi sono stati controllati all'interno dell'anonimo sportello di via Pistoiese. La posizione più delicata è quella della titolare, che rischia l'arresto. Ma dalla perquisizione sarebbe emersa anche la conferma che il canale dei money transfer continua a funzionare come nei mesi scorsi. Al momento dell'ingresso dei finanzieri, infatti, sarebbero stati trovati un paio di cinesi che si apprestavano a spedire rispettivamente 30.000 e 38.000 euro, si presume col sistema del frazionamento: piccole somme, inferiori ai 2.000 euro, forse intestate a nomi di fantasia, per non incorrere nella segnalazione alla Banca d'Italia. La clamorosa inchiesta della Dda sfociata lo scorso 28 giugno in 24 arresti (17 cinesi e 7 italiani) ipotizza l'associazione a delinquere per commettere una serie di reati (tra cui il più grave è il riciclaggio) con l'aggravante di aver agevolato organizzazioni mafiose. A tirare le fila sul lato cinese sarebbe stata la famiglia Cai, mentre sul lato italiano, in posizione subordinata, c'era la famiglia Bolzonaro e la società Money2Money con sede a Bologna. La maggiora parte del denaro che è volato in Cina, invece, proviene da Prato e Firenze, dove si concentra la più grande comunità orientale della penisola. Nelle settimane successive al blitz delle Fiamme gialle (134 indagati, 77 aziende e 181 immobili sequestrati, oltre a 300 conti correnti in 50 banche e 166 auto di lusso) molti dei confezionisti cinesi, rispondendo alle domande del magistrato, hanno spiegato che non si tratta semplicemente di esportazione di capitali, ma di un canale alternativo per acquistare grosse partite di merce in arrivo dalla Cina, sia capi d'abbigliamento che tessuti. La sostanza non cambia molto, perché la non tracciabilità dei pagamenti sottintende in molti casi l'evasione fiscale. Nel frattempo non poche delle aziende sequestrate a giugno hanno ottenuto il permesso di riaprire perché lo Stato ha interesse a non farle fallire, un po' per tutelare i dipendenti regolari, un po' per recuperare il denaro evaso.
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