Il Tirreno

Prato

«Siamo pronti a salvare la Sasch»

Ilenia Reali
«Siamo pronti a salvare la Sasch»

Giacomo Cenni parla delle difficoltà: ci sono 145 milioni di debiti

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 PRATO. Sasch non se la passa bene. I debiti su cui mettere mano ammontano a 145 milioni di euro. Ma dire che i rapporti con le banche si sono interrotti è falso. Il presidente del consiglio di amministrazione, Giacomo Cenni, parla per la prima volta della situazione aziendale e mette i puntini sulle "i". L'affare è complesso ma in Sasch c'è ottimismo. «I soci sono pronti a fare la loro parte», spiega Cenni junior. E sul padre Roberto, il sindaco: «non è presente nella gestione quotidiana dell'azienda, ma l'assenza non significa indifferenza». Accanto a Giacomo Cenni, durante l'intervista, c'è Michele Tardi consigliere di Go-Fin, la finanziaria del Gruppo.  Voci insistenti dicono che le trattative con le banche per la ristrutturazione del debito del Gruppo Sasch si sarebbero interrotte.  «L'operazione non è così semplice e veloce come potrebbe sembrare dall'esterno. Si tratta di un'operazione complessa. I tempi sono lunghi. Kpmg Advisory sta predisponendo per noi un piano di accordo finanziario. Alla prossima riunione con gli istituti di credito ci presenteremo con la bozza di piano. Contiamo di incontrarci entro la fine del mese per avere eventualmente la decisione finale a dicembre».  Avrete però già avuto incontri informali?  «Abbiamo rapporti a livello locale con i rappresentanti degli istituti di credito, una ventina quelli coinvolti, ma la nostra pratica dovrà passare dalle sedi centrali».  Qual è la cifra per cui chiedete la ristrutturazione del debito?  «Si tratta di 145 milioni di euro per tutto il Gruppo. Le banche con cui siamo più esposti sono Banca Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi».  E Cariprato?  «E' una cifra importante, trattandosi della banca del territorio, ma inferiore rispetto alle prime tre».  Si parla di 25 milioni di euro con Monte dei Paschi e 15 milioni con Cariprato.  «Un po' di più con Mps, meno con Cariprato».  30 milioni e 10 milioni?  «Con Cariprato poco meno di 10 milioni di euro».  Parla per l'intero Gruppo. Significa che nel pacchetto ci sono anche le aziende di produzione (Eurotintoria, Gommatex...)?  «Stiamo cercando di isolare le aziende industriali per non inserirle nell'accordo: secondo noi per i parametri che hanno, migliori di Sasch, potrebbero rimanerne fuori. Ma su questo l'ultima parola spetterà alle banche».  L'accordo prevede che vengano date garanzie ulteriori dai soci. Su questo sembra ci siano frizioni. Ci risulta sia proprio questo lo scoglio più grosso.  «C'è naturalmente una richiesta delle banche che i soci facciano la loro parte. Noi abbiamo intenzione di farlo, compatibilmente con le nostre possibilità».  Come sta andando avanti adesso l'azienda. Avrete seri problemi di liquidità.  «Stiamo operando senza linee di credito. E quindi è obiettivamente difficile. Stiamo razionalizzando moltissimo».  Con quale strumento normativo state operando per arrivare all'accordo?  «Lo strumento non costituisce una premessa. Sarà definito al momento dell'accordo in base agli aspetti che lo caratterizzano. Dal tipo di accordo dipende lo strumento che utilizzeremo. E comunque stiamo parlando di un accordo privatistico».  Per Sasch si è parlato di concordato? Sarebbe un'ipotesi per salvare il marchio.  «Al momento non ci sono gli elementi per una decisione di questo tipo. Siamo in una fase di ristrutturazione del debito».  Ci sono stati problemi con dirigenti. E' andato via lo stilista, dei manager, sono state tagliate consulenze.  «E' normale in una fase di ristrutturazione partire dall'alto. I primi a essere colpiti sono coloro che hanno incarichi manageriali, le consulenze».  Sono previsti ulteriori tagli di personale?  «No. Sono quelli di cui avete già scritto (cassa integrazione per 45 dipendenti ndr)».  I negozi stanno particolarmente soffrendo.  «Per i negozi abbiamo cominciato un'attenta valutazione dei risultati: stiamo valutando quali tenere aperti, quali chiudere. Ma su queste scelte entrano in gioco anche parametri di tipo commerciale e non solo quelli finanziari. Prevediamo di chiuderne, alla fine, venti su un totale nel mondo di 173».  Chiuderete anche quello di Prato?  «Non credo».  E' ottimista sul futuro di Sasch?  «Per forza. Sono ottimista sì, ci stiamo mettendo corpo e anima».  Suo padre l'ha lasciata alla guida dell'azienda in un momento difficile. Come vive questa decisione?  «Pesa, ovviamente, perché un padre è sempre una guida, un punto di riferimento. Quando però ha fatto la scelta di candidarsi a sindaco noi tutti l'abbiamo condivisa. Mi sto facendo una bella esperienza formativa e sono aiutato da ottimi consulenti».  Lui ripete spesso che non si occupa dell'azienda da quando è sindaco. Dall'esterno è difficile crederlo: è pur sempre una sua creazione, e visto il periodo...  «Non bisogna confondere l'indifferenza con la presenza. Non si sta occupando giorno per giorno della gestione per non confondere i ruoli, ma ovviamente se ne preoccupa. Come tutti gli altri azionisti».  Una soluzione potrebbe essere l'ingresso di nuovi soci. E' un'ipotesi al vaglio?  «Lo è. Ci sono contatti in corso per l'ingresso di un nuovo socio. Per il livello delle trattative, però, non so se questa opzione potrà essere inserita nel piano che presenteremo alle banche».  E' un'azienda privata o un fondo di investimento.  «E' un fondo, ma parlarne è prematuro».  Parliamo della Cina e della protesta dei lavoratori di una vostra partecipata davanti al Consolato. Avete capito com'è andata? Ci si poteva aspettare per la Toyota, per la Sasch è parso strano.  «E' strano davvero credere che dei lavoratori che dovevano riscuotere un mese di stipendio, un po' di Tfr e ferie non godute abbiano fatto 100 chilometri per andare a protestare al Consolato. In Cina. Stiamo verificando delle situazioni: quando saranno chiarite ne parleremo».  Ritiene che c'entri qualcosa l'attività politica sulla Chinatown pratese messa in atto da suo padre?  «No, non credo si tratti di questioni politiche, ma di affari interni all'azienda cinese».

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