Il Tirreno

Prato

«Così si lavora in un'azienda cinese»

Maria Lardara
Un’azienda cinese nel macrolotto
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Un’azienda cinese nel macrolotto

Il racconto di un operaio pratese assunto in una stamperia «Ho scoperto il loro mondo. Conviene a tutti venirci incontro»

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 PRATO. Con il riso maneggia le bacchette che è una meraviglia, appena il tempo di mettere in bocca qualcosa a pranzo. "Tzi", lo avvisano i colleghi con gli occhi a mandorla: tradotto dal mandarino, è l'ora di pranzare. E poi di nuovo in fabbrica, si ritorna alla postazione abituale: tenere accesi e sotto controllo i motori della caldaia. Per quello lo hanno chiamato nel gennaio scorso da una stamperia cinese del macrolotto.  Storia di un operaio italiano che ha ricominciato a portare uno stipendio a casa dopo essere stato assunto prima da una tintoria cinese di Montemurlo, poi da una stamperia del macrolotto. Con tanto di busta paga e contratto regolare, fino a un massimo di 12 mesi. Di uno come Claudio Bentivegna, operaio di 43 anni, i titolari di quelle due ditte avevano bisogno. Il patentino di fuochista, professionalità praticamente sconosciuta alla comunità orientale, è stato la sua salvezza. Chissà quanti altri italiani lasciati a piedi negli ultimi due anni terribili per il distretto, si ritrovano ora alle dipendenze dei cinesi. Difficile saperlo. Claudio ha impugnato carta e penna e ha deciso di affidare «i pensieri che per tanto tempo ha tenuto in pancia», come li definisce, a una lettera. L'ha spedita a Marco Wong, presidente onorario di Associna e quelle righe buttate giù con sentimento sono uscite sull'ultimo numero di "It's China", periodico di cui Wong è il direttore. «Con Marco si è sviluppata una corrispondenza su Facebook: è stato lui a chiedermi di raccontare la mia esperienza. Lavoravo con i cinesi e m'incuriosiva quel pianeta a cui tentavo di avvicinarmi, per questo sollevavo i miei dubbi a Marco».  Novembre 2008 è una data che rimarrà impressa nella mente di Claudio: imperversava la tempesta della crisi, quando lui varcò la soglia di una tintoria di Montemurlo. «Brancolavo nel buio, ero disperato. Un fornitore di materiali tessili mi aveva passato il contatto di una ditta in cerca di personale». Piccolo dettaglio: l'azienda in questione era cinese.  Tentar non nuoce, Claudio riesce a superare il colloquio. Risultato: assunto con contratto a sei mesi per mille euro al mese. «Bene, mi misi a lavorare come sempre ho fatto da più di 25 anni», scrive Claudio. Del resto, un'importante rifinizione pratese qualche mese prima non gli aveva rinnovato il contratto. Eccolo invece nella tintoria cinese con le mansioni di sempre. Con lui, un altro italiano, un chimico. Tutti a lavorare gomito a gomito per tenere a galla la nave di 15 dipendenti. «Con i colleghi cinesi, i "ragazzi" come li chiamavo io, avevo instaurato un bel rapporto, tanto che la domenica li aiutavo con le lezioni di scuola guida in piazza del Mercato».  Zitto zitto, passo dopo passo, l'universo Cina strega Claudio. «Lavorare con loro - spiega - per certi aspetti è rilassante, non ti stanno sempre addosso. I cinesi non si svegliano alle 5 di mattina per andare a lavorare, preferiscono arrivare più tardi. Sotto tutti gli aspetti lavorativi ci superano. La pausa pranzo dura pochissimo: è il momento per rifocillarsi, poi subito a lavorare».  Passa qualche mese, Claudio si ritrova punto e a capo: scaduto il contratto, torna disoccupato. Si aggrappa al salvagente dell'Inps che, tra maggio 2009 e gennaio 2010 gli ha erogato l'indennità di disoccupazione. Ma il lavoro non arriva. Se non fosse stato per una stamperia del macrolotto che, grazie al passaparola nell'ambiente, decide di concedergli una chance, sempre come fuochista. Stavolta con il contratto gli va meglio: il periodo è di 12 mesi. «Forse in questa città potrebbe esserci un bel numero di aziende cinesi pronte a dare lavoro ai pratesi. Rapporti che dipendono però da un gioco di convenienza reciproca e di sforzi di aperture mentali e culturali da parte nostra. Forse non avrei trovato lavoro se fossero disponibili dei ragazzi cinesi con il patentino di fuochista. Ma in giro vedo tanta sofferenza e ignoranza, magari sono io che rappresento l'eccezione. I cinesi sono persone umili e discrete. Se non apriamo una porticina con loro, loro non apriranno mai il portone».

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