Il Tirreno

Prato

Un’indagine dell’Area studi dell’Unione industriale sui bilanci 2009 di oltre 700 società

L'abbigliamento perde meno del tessile

Vincenzo Cangioli
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Vincenzo Cangioli

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 PRATO. Che la filiera del tessile-abbigliamento abbia conosciuto uno spostamento a valle della generazione del valore è una convinzione diffusa: non facile tuttavia misurare, pur con tutti gli inevitabili limiti del caso, l'entità del fenomeno.  Qualche indicazione può venire dal lavoro compiuto dall'Area studi dell'Unione Industriale Pratese, che ha messo a confronto i bilanci 2009 di 638 società di capitali tessili del distretto di Prato con quelli di 48 fra le principali industrie italiane produttrici di abbigliamento donna, i primari rappresentanti del mercato del distretto. I bilanci delle imprese tessili sono stati presi in esame scorporando lanifici, produttori di filati e altri tessili dalle lavorazioni conto terzi (nobilitazione, tessiture e filature): i dati evidenziano comunque all'interno della filiera tessile una sostanziale uniformità di redditività (come indicatore è stato utilizzato l'Ebitda, cioè l'utile prima di interessi passivi, imposte e ammortamenti su beni materiali e immateriali) pur nella diversità del ritorno sugli investimenti. In sostanza l'Ebitda è per tutti, produttori e terzisti, del 2,5%, ma il Roi è lievemente positivo (+0,6%) per i primi, invece negativo (-3,1%) per i secondi, in conseguenza delle maggiori rigidità delle strutture dei costi. Tutto cambia nel mondo delle imprese italiane di abbigliamento prese in esame: Ebitda al 10,6% e Roi al 12,9%. Divaricazione forte anche rispetto agli effetti della crisi sui fatturati: se le imprese tessili pratesi hanno subito nel 2009 un tracollo del -15/16%, anche questo uniforme fra produttori e terzisti, quelle dell'abbigliamento si sono fermate ad un più gestibile -7,1%.  «Sono molte le ragioni della debolezza della redditività del tessile rispetto all'abbigliamento - commenta il vicepresidente dell'Unione Industriale Pratese Vincenzo Cangioli -. Intanto chi ha rapporti con il cliente finale può far giocare a suo vantaggio fattori come il marchio e l'attività di distribuzione che sono del tutto o in gran parte preclusi a chi produce beni intermedi. Poi noi tessili abbiamo accusato con particolare acutezza gli squilibri della mondializzazione dei mercati e dei flussi, con la conseguente generazione di una eccedenza di capacità produttiva e dei suoi effetti sui prezzi».

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