Il Tirreno

Prato

In prima linea contro i tumori

Giovanni Ciattini
In basso il dottor Angelo Di Leo qui insieme al suo staff medico
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In basso il dottor Angelo Di Leo qui insieme al suo staff medico

Angelo Di Leo, il "papà" del futuro Polo oncologico pratese

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 PRATO. Il "matrimonio" fra il dottor Angelo Di Leo e l'Asl 4 di Prato non ha conosciuto la proverbiale crisi del settimo anno. Anzi. La Regione Toscana ha deciso di investire sul lavoro dell'oncologo siciliano deliberando un ulteriore finanziamento di 1 milione e 550mila euro per il biennio 2010/11 così da consentire il decollo del futuro polo oncologico. Una sede ad hoc nel nuovo ospedale e uno staff di tutto rispetto formato da personale giovane e qualificato, in molti casi di ritorno da esperienze all'estero.  Dottor Di Leo, in un periodo fra i più bui della storia di Prato (crisi economica e sociale), l'esperienza che il suo Dipartimento di oncologia medica sta portando avanti costituisce qualcosa che dovrebbe infondere fiducia ai pratesi. Ma come si è arrivati a risultati così significativi?  «Quando sono arrivato nel settembre del 2003 a Prato ho trovato un contesto favorevole: qui c'era voglia di lavorare. Parlo del personale, medico, infermieristico e amministrativo. E, mi creda, questo è un buon dato di partenza. E poi c'era l'associazione Sandro Pitigliani, con alle spalle vent'anni di battaglie in favore dei malati oncologici. Ho capito che l'associazione, dopo aver costruito i locali per assistere i malati, stava attraversando un periodo di stasi: aveva bisogno di nuove sollecitazioni. Per questo la mia proposta di affiancare ai servizi assistenziali anche il sostegno alla ricerca è stata accolta con sorpresa ma anche con entusiasmo. Con molta generosità e incoscienza l'associazione Pitigliani si è gettata nel progetto mettendo a disposizioni i primi fondi. In seguito si sono accorti di noi anche altri organismi: penso all'Airc, alla Susan Komen Breast Cancer Foundation e la Breast Cancer Research Foundation di New York. Grazie ai nostri studi scientifici siamo riusciti a ottenere finanziamenti importanti che ci hanno consentito di assegnare borse di studio e stipulare contratti a tempo determinato a giovani ricercatori. Nel tempo si è formata un'equipe di medici bravi, coscienziosi, attenti che tengono conto dell'aspetto umano».  E così sono arrivati i primi risultati. Come gli studi sui farmaci Parp-inibitori.  «Sì, si tratta di farmaci, ancora allo stadio sperimentale, che bloccano la ricostruzione del Dna danneggiato di una cellula tumorale. In questo modo il tumore si restringe o smette di svilupparsi. Per combattere i tumori vi sono molte tecniche (chirurgia, radioterapia, oncologia medica), noi ci siamo concentrati fino ad oggi sull'uso dei farmaci, avendo particolare attenzione sugli effetti che nuovi farmaci possono avere nelle varie tipologie tumorali: polmoni, mammella, apparato urogenitale. Non tutti i tumori agiscono allo stesso modo né sullo stesso organo e né sullo stesso paziente. E anche i tipi di farmaci possono avere effetti diversi da soggetto a soggetto. Per questo è importante capire bene quali farmaci usare e in che dosi».  Il vostro lavoro alla fine vi ha premiato.  «Sì, è vero, la Regione Toscana ha riconosciuto la bontà della nostra attività. Insieme al direttore generale Cravedi abbiamo valutato che occorreva compiere un salto di qualità una volta conclusa la fase iniziale caratterizzata da tanto entusiasmo ma un po' artigianale. Bisognava ormai confrontarsi con le grandi strutture di ricerca clinica ed era quindi necessario irrobustire il nostro Dipartimento. Perciò siamo andati in Regione con le nostre ricerche pubblicate sulle maggiori riviste scientifiche internazionali e mostrando i nostri numeri, compresi quelli relativi ai pazienti che, provenendo anche da fuori provincia, scelgono Prato come centro di cura oncologica. Nel 2004-05 abbiamo quindi ottenuto il primo importante investimento regionale: un milione di euro in tre anni. Questo ci ha consentito di inserire in organico qualche medico in più e di acquistare apparecchi di laboratorio».  E così è nata l'Unità di ricerca traslazionale.  «Bisogna dare merito ai privati che ci hanno creduto: Cariprato, la Fondazione Cariprato, l'Unione industriale. Siamo riusciti a creare una struttura all'avanguardia e ad affidarla, nel maggio 2009, ad un giovane di grandi capacità, il dottor Libero Santarpia, un ricercatore che aveva maturato un'esperienza di dieci anni a Houston all'interno dell'University of Texas M. Anderson Cancer Center. E' stato uno dei rari casi in cui siamo riusciti a far rientrare uno dei nostri migliori talenti. E di questo va dato merito all'Airc che ci ha finanziato con 750mila euro. L'unità traslazionale, dove lavorano fianco a fianco patologi, biologi e chimici, consente di analizzare nei minimi dettagli il tessuto tumorale e studiarne le caratteristiche biologiche cercando di conoscerne l'evoluzione nel tempo, e questo per comprendere quale farmaco risponderà meglio. Su 10 tumori ve ne possono essere 5 molto sensibili a un farmaco, 3 poco e 2 per niente».  Nel 2010 l'ulteriore passo in avanti.  «Proprio così. Siamo riusciti ad attuare la fase 1 del nostro progetto. Grazie al finanziamento di un milione e 500mila euro potremo assumere 17 persone a tempo indeterminato, dando finalmente una prospettiva di lavoro ai giovani che sono cresciuti al nostro interno e che hanno maturato esperienze all'estero. Medici e tecnici di laboratori oncologici. Sono tante le specializzazioni richieste: biologo molecolare, bioinformatico, geriatra oncologo, patologo. In questo modo avremo una delle unità più equipaggiate d'Italia se non la prima. Potremo contare su 15 medici oncologici. In questo modo abbiamo dato solidità all'oncologia medica».  E la fase 2 in che cosa consiste?  «Al potenziamento del Dipartimento oncologico attraverso la chirurgia, la medicina nucleare, le cure palliative, l'anatomia patologica, la radioterapia. Servono altri "bracci armati" per lottare contro i tumori. Fino ad oggi a Prato si sono già ottenuti ottimi risultati: penso alla radioterapia, che prima non c'era, alla Pet, all'hospice, alla chirurgia, alla mammografia digitale. Il sogno è di riunire tutti questi professionisti sotto lo stesso tetto nel futuro polo oncologico che dovrà spazio nel nuovo ospedale. Ancora non so se all'interno della struttura ospedaliera o in un edificio distinto. Vedremo. Questo progetto comunque non è stato ancora finanziato. Se si realizzerà avremo un polo oncologico clinico-scientifico in grado di accogliere pazienti anche di altre regioni».  Quali sono le principali indicazioni che lei dà ai suoi medici?  «E' importante il modo di comunicare col paziente. E questo vale anche per la somministrazione di un farmaco: ci sono pazienti che non sanno nemmeno con che cosa si curano. I pazienti vanno invece informati bene. Devono anche essere coccolati, la malattia dà a loro una fragilità estrema di cui si deve tenere conto. E questo tipo di trattamento, che a Prato grazie anche al personale infermieristico c'è, fa la differenza fra un centro e l'altro. E poi non bisogna temere il confronto con altri istituti: i pazienti hanno tutto il diritto di chiedere quante consulenze esterne vogliono e dove lo desiderano. E noi siamo sempre pronti a mettere a loro disposizione tutte le cartelle cliniche. Anche se, ed è capitato, quando si sono rivolti, mettiamo all'istituto dei tumori di Umberto Veronesi a Milano, si sono sentiti domandare perché fossero andati là visto che a Prato potevano contare sul nostro Dipartimento».  Non è che Prato alla fine ha fatto ingelosire altri dipartimenti oncologici toscani?  «La sana competizione non credo sia negativa e penso vada a tutto vantaggio dei pazienti. Inoltre noi siamo specializzati su alcuni specifici tumori: ad esempio, non possedendo la neurochirurgia non trattiamo i tumori cerebrali. E per questo è importante lavorare in sinergia con gli ospedali fiorentini».

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