Il Tirreno

Prato

Polemica con le ultime scelte del Comune di Prato: «Noi possiamo fare scuola»

Chini: «Il lutto l'avrei dato»

Mar. Lar.
Il sindaco di Campi Adriano Chini Accanto un esponente della comunità cinese
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Il sindaco di Campi Adriano Chini Accanto un esponente della comunità cinese

Il sindaco di Campi al convegno del centro Spazio Reale

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 PRATO. Se il primo cittadino di Prato fosse stato lui, magari avrebbe fatto sfilare gli orientali al corteggio storico e magari concesso il lutto cittadino per le tre donne cinesi annegate nel sottopasso. Puro gioco di fantapolitica: Adriano Chini è il sindaco di Campi, non di Prato. Da amministratore fiero di aver governato il boom dell'immigrazione cinese dei primi anni Novanta, da San Donnino ieri mattina Chini non ha risparmiato una tirata d'orecchie al collega di Prato, tendendogli allo stesso tempo la mano per confrontarsi sui modelli d'integrazione. «Suppongo che chi chiedeva di partecipare al corteggio rappresentasse la parte positiva della comunità cinese. Se a questa diamo un calcio in bocca, diventerà poi difficile coltivare buoni rapporti: di questa circostanza i cinesi se ne ricorderanno». Al di là del singolo episodio, Chini ha voluto ripercorrere l'esperienza campigiana, fatta di due pesi e due misure. «Crediamo di poter fare scuola per Prato. Non che le giunte di sinistra in questa città siano riuscite a governare meglio il fenomeno, hanno le proprie responsabilità, compreso l'ex presidente della Regione».  L'approccio del sindaco di Campi è riassunto in questa battuta: «Di fronte a 2mila cinesi, ai primi anni Novanta i sandonninesi si organizzarono in comitati e associazioni anti-cinesi (come il comitato Macrolotto zero a Prato, ndr). Furono organizzate tante assemblee, ma io incontravo tutti, parlavo sia con italiani sia con cinesi». L'arma d'integrazione si chiamava binomio di diritti e doveri. Intanto, sulle ceneri dei mobilifici italiani spuntavano i laboratori di pelletteria. «Non mancarono le ordinanze, le verifiche serrate di carabinieri e guardia di finanza. Poi però si andava insieme ai cinesi a cercare i capannoni dove potessero lavorare. Detto questo, oggi la comunità trova un suo interlocutore in giunta con un'assessore che la rappresenta». I frutti di questa operazione sono quelli raccolti ieri mattina nelle testimonianze di tre imprenditori ben integrati: Sara Lin, Yuri Miao e Armando Chang. Tutti "fuggiti" dalla Chinatown di San Donnino, preferendo espandere l'attività altrove. C'è riuscita la giovane Sara Lin che con la ditta di pelletteria dà lavoro a 30 dipendenti, di cui una ventina italiani. «Per poter investire con l'acquisto di uno storico marchio fiorentino, mi sono spostata nella zona dell'Ingromarket». Chang invece è uno dei "big" della comunità locale: è il presidente dell'Associazione imprenditori cinesi. Suo figlio Filippo manda avanti un'agenzia viaggi in via Strozzi a Prato.  «Io e la famiglia abbiamo scelto di "italianizzarci". Ricordo quando a San Donnino le pattuglie erano dappertutto - aggiunge - Proprio allora iniziava a spargersi la voce che a Prato fossero più morbidi sui permessi per nuove attività...»

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