Il dolore
«Un nuovo schiaffo per il tessile»
L'Unione industriale preoccupata per i prodotti che dal Pakistan entreranno in Europa a dazio zero
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PRATO. L'iter non si è ancora concluso, ma sembra già tutto scritto: 75 prodotti, quasi tutti del tessile-abbigliamento, dal 1º gennaio 2011 e per tre anni entreranno in Europa dal Pakistan a dazio zero. In altre parole il pur lodevole intento di aiutare un paese provato da eventi catastrofici si tradurrà in una penalizzazione per un solo settore, quello del tessile-abbigliamento, che peraltro dalla concorrenza internazionale ha già i suoi guai. Le nuove concessioni, secondo calcoli maturati nella stessa sede europea, equivalgono al fatturato di 1.500 piccole e medie imprese all'inizio del triennio e a 5.000 alla fine; poiché l'Italia rappresenta il 30% del settore in Europa, è evidente il rischio che incombe anche su Prato.
«Un autentico schiaffo ad un settore che già con il recentissimo accordo con la Corea era stato sacrificato sull'altare di una politica che sembra tenere conto solo degli interessi che arbitrariamente decide di privilegiare - commenta con amarezza Riccardo Marini, presidente dell'Unione Industriale Pratese - L'Italia e le organizzazioni di settore, a cominciare da Smi, si sono battute con determinazione, ma non sembrano esserci spazi di recupero. Nessuno ignora né l'aspetto umanitario dell'operazione né il rilievo strategico del Pakistan nello scacchiere politico internazionale: perché però deve essere quasi solo il tessile-abbigliamento a farsi carico di questi problemi? Quelli della moda non sono gli unici prodotti che il Pakistan esporta: non sarebbe stato più equo sopportare il peso di questa situazione fra più settori? Dall'Unione Europea stiamo avendo poche e parziali soddisfazioni (vedasi il cammino accidentato del made in) e tanti motivi di amarezza. Ci aspettiamo che quantomeno al settore vengano riconosciute misure compensative. Potrebbero essere attivati incentivi settoriali. E non dimentichiamo il Feg, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, in sostanza una sorta di ammortizzatore sociale per chi ha perso il lavoro a causa di mutamenti del commercio mondiale. Credo che anche il sindacato debba avere motivi di preoccupazione per questa situazione».
«Un autentico schiaffo ad un settore che già con il recentissimo accordo con la Corea era stato sacrificato sull'altare di una politica che sembra tenere conto solo degli interessi che arbitrariamente decide di privilegiare - commenta con amarezza Riccardo Marini, presidente dell'Unione Industriale Pratese - L'Italia e le organizzazioni di settore, a cominciare da Smi, si sono battute con determinazione, ma non sembrano esserci spazi di recupero. Nessuno ignora né l'aspetto umanitario dell'operazione né il rilievo strategico del Pakistan nello scacchiere politico internazionale: perché però deve essere quasi solo il tessile-abbigliamento a farsi carico di questi problemi? Quelli della moda non sono gli unici prodotti che il Pakistan esporta: non sarebbe stato più equo sopportare il peso di questa situazione fra più settori? Dall'Unione Europea stiamo avendo poche e parziali soddisfazioni (vedasi il cammino accidentato del made in) e tanti motivi di amarezza. Ci aspettiamo che quantomeno al settore vengano riconosciute misure compensative. Potrebbero essere attivati incentivi settoriali. E non dimentichiamo il Feg, il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, in sostanza una sorta di ammortizzatore sociale per chi ha perso il lavoro a causa di mutamenti del commercio mondiale. Credo che anche il sindacato debba avere motivi di preoccupazione per questa situazione».
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