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Prato

Nessuno controllava il sottopassoLa città divisa sul lutto

Nessuno controllava il sottopassoLa città divisa sul lutto

Il Comune: la manutenzione spettava a Publiacqua. Ma la società dice di aver dato disdetta

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PRATO. L'acqua che ha invaso il sottopasso di via Ciulli, nella prima periferia di Prato, sembra aver cancellato tutto. Ha cancellato gli ultimi minuti di vita di tre donne cinesi morte intrappolate in una gabbia di melma ma, almeno finora, ha reso meno evidenti anche le responsabilità. L'indagine è, più di sempre, un rebus da risolvere. A suon di perizie.

C'è un sottopassaggio allagato con l'acqua alta sei metri, c'è la testimonianza degli abitanti che descrivono la strada come un fiume. E c'è il racconto del marito di una delle donne che si è trovato difronte alla salma della moglie e di altre due parenti. Non ci sono invece risposte a tante domande. Perché si è accumulata tutta quell'acqua? Perché le idrovore non hanno fatto quello che dovevano, cioè aspirarla? A chi spettava il compito della manutenzione? Anche su questo Prato, la Prato che mille volte si è mostrata divisa tra centrodestra e centrosinistra, tra tolleranza e intolleranza, sembra non essere in grado di dare risposte univoche.

L'incuria e i problemi di quel sottopasso da tempo sono sotto gli occhi di tutti. Già nel 1996 con una determina il Comune aveva incaricato una ditta di togliere l'acqua perché era tutto inondato mentre una consigliera della circoscrizione ha riferito di aver avvertito, un anno fa, più volte i vigili urbani che lo sgabuzzino, dove si trovano le idrovore, aveva il cancelletto aperto ed era meta di bivacchi notturni. «Chiunque - sostiene la consigliera Monia Faltoni - poteva entrare e fare qualunque cosa. Anche sabotare le idrovore».
La procura ha aperto un'indagine e ha sequestrato il sottopasso. Ora la competenza sulla manutenzione sembra il gioco del cerino. Chissà a chi rimarrà in mano il gambo più corto?
Il sottopassaggio è stato costruito dalle Ferrovie dello Stato che, circa 20 anni fa, lo hanno ceduto al Comune di Prato. Il Comune ha dato la gestione delle idrovore al Consiag che l'ha ceduto alla Gida, la società partecipata di Comune e industriali. Poi la competenza della manutenzione è andata a Publiacqua. Qui si ferma la ricostruzione del Comune - e probabilmente si ferma la manutenzione - mentre per Publiacqua c'è un altro passaggio, è datato dicembre 2008, ed è una lettera inviata al sindaco di allora in cui faceva sapere che non si sarebbe più occupata dalla manutenzione a partire dal gennaio 2009. Poi ci sono le volture per il passaggio del contratto dell'Enel da Publiacqua al Comune. L'assessore ai lavori pubblici del Comune Roberto Caverni non è convinto che la lettera sia mai arrivata. «Da un primo controllo - spiega - non ci risulta protocollata e domani (oggi ndr) controlleremo meglio. Comunque mi pare allucinante che con una lettera si possa recedere da un impegno così importante. Dovremo fare chiarezza, incontrare i dirigenti di Publiacqua e capire cos'è successo. Verificheremo che Publiacqua abbia fatto tutte le procedure regolari e se così fosse apriremo un'inchiesta interna per ricostruire il percorso di quella lettera qui in Comune. Anche perché non capisco neppure perché la lettera sia stata mandata a noi e non a Gida che aveva dato l'incarico a Publiacqua».

Da Publiacqua invece sembra non si abbiano dubbi. «Abbiamo tutta la documentazione e la faremo avere alla Procura quando ce la chiederanno», fanno sapere. E aggiungono: «Non ci trovammo d'accordo su quanto il Comune di Prato doveva pagarci il servizio che facevamo all'interno di una convenzione più ampia, in via provvisoria. E la lettera l'abbiamo mandata, come si fa in questi casi, alla proprietà».
E mentre nei palazzi della città si cercano le carte, la famiglia Wang ha chiesto un risarcimento in denaro come indennizzo per la morte delle proprie congiunte. La famiglia Wang lutto cittadino non sa neanche cosa significhi. Ha avanzato invece una precisa richiesta al Comune per bocca di Ye, cugino di una delle vittime: «Abbiamo bisogno di aiuto, un risarcimento danni. Dire "mi dispiace" non basta. Abbiamo avuto tre morti, le parole non sono sufficienti». «Così non va bene: nessuno ci sa dare una spiegazione di cosa sia accaduto». E non solo. La famiglia accusa: «I soccorsi sono arrivati tardissimo. Alle tre abbiamo chiamato così come gli italiani che abitano vicino hanno telefonato, ma non è venuto nessuno fino alle cinque. Per noi le hanno lasciate morire».

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