«Basta fomentare gli animi»
Giovanni Ciattini
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Don Santino Brunetti Minacciato monsignor Brunetti, parroco degli immigrati
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PRATO. Sta dalla parte dei poveri. Lo dice, lo ripete. E ai poveri don Santino Brunetti, vicario episcopale per gli immigrati e già presidente della Caritas diocesana, non chiede la carta d'identità o il permesso di soggiorno. Li assiste e basta, da sempre. Preferisce guardarsi intorno e riflettere su ciò che vede. E lo spettacolo a Prato, di questi tempi, a suo giudizio, non è dei migliori. Don Santino, perché tutto questo terremoto? Ora si è arrivati persino a minacce nei suoi confronti. «Le minacce non mi preoccupano. Non è quello il problema. Chiedo soltanto a questa amministrazione comunale di avere più rispetto delle persone. Non ho niente contro il Comune e non mi senti nemico dell'assessore Milone. Soltanto ritengo che i metodi utilizzati fino ad oggi nei confronti della comunità cinese siano discutibili. Ci vuole più umanità». Nella lettera minatoria viene definito "amico dei Rom, degli islamici, degli immigrati". Che significato dà a questo messaggio? «La lettera mi fa onore. Rom, islamici e immigrati, sempre di poveri si tratta». E' vero che la "cena alla pratese" le è risultata indigesta? «Ho detto che si sarebbe trattato di una "cena diabolica" solo nel caso in cui, come avevo capito leggendo un articolo pubblicato proprio sul Tirreno, qualcuno all'interno di un luogo sacro come il chiostro di san Domenico, si fosse lasciato andare ad espressioni offensive nei confronti della comunità cinese. Se così non è stato allora non vi è stata alcuna "cena diabolica"». Nella sua intervista, nella quale attacca le politiche sull'immigrazione della giunta di centrodestra, le ha attirato uno stuolo di nemici. Su Facebook gli amici del sindaco Cenni non sono stati teneri nei suoi riguardi. «Io non ce l'ho con nessuno. Capisco la fatica improba degli amministratori nel governo un problema come questo. Va tenuto presente che anche la giunta precedente ha fatto ben poco. Bisogna però stare attenti a parlare: c'è chi accende un po' troppo gli animi. Non si può fomentare e basta. L'immigrazione è un dramma che va risolto a livello mondiale: è chiaro che nessuno verrebbe in Italia a lavorare se trovasse da mangiare a casa propria. Eppure nei confronti degli immigrati si impiegano espressioni già note: dispiace che verso i cinesi si usino gli stessi linguaggi offensivi che negli anni Sessanta-Settanta venivano usati verso gli immigrati meridionali. Certo, oggi ci si lamenta dei cinesi che occupano capannoni e case: ma chi gliele ha date? E ora non gli si possono certo togliere le case».
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