Il dolore
Arte dal Dna, ecco il ritratto più vero
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Altro che scienza. E' arte. Dalla tipizzazione del Dna, vale a dire dall'impronta genetica di una persona, può nascere il più autentico degli autoritratti. Perché parliamo di un ritratto unico, come unico è il Dna di ognuno di noi. È questa, in sintesi, la combinazione fra arte e scienza come la intendono un'azienda pratese di biotecnologie, un docente universitario e un noto gallerista fiorentino.
Il Dna è arte. Anzi, è l'ultima frontiera di un fenomeno che nel mondo anglosassone, da costa a costa dell'Atlantico, cattura un estimatore dietro l'altro. Si chiama science-art e anche l'Italia le sta offrendo i primi esperimenti. L'unico che riguardi la parte più intima e autentica dell'essere umano, quel Dna che è più unica d'un codice fiscale, nasce lungo i 15 chilometri che separano Santa Lucia (frazione di Prato) dalla facoltà d'architettura dell'università di Firenze. Lo stanno sperimentando - in collaborazione con un noto gallerista - la pratese Gentras, società specializzata in biotecnologie, e un architetto di grido quale Luca Gigli che, oltre a far parte del No-Stop studio, insegna progettazione architettonica nell'ateneo del capoluogo toscano.
L'idea è presto spiegata dalla biologa Valentina Cesati, collega e contitolare di Gentras con Silvia Quattrone, che punta decisa a «penetrare, partendo da Prato, il mondo della science-art». Dal lavoro alle notizie su quella che potremmo definire la nuova avanguardia artistica, la biologa pratese è passata presto all'azione. Consapevole di possedere i mezzi, vale a dire un'azienda specializzata in analisi di tipizzazione genetica, ha avviato con la collega sta realizzando un progetto che qualche decennio addietro avremmo definito lunare.
«Siamo partiti da un risultato scientifico di una tipizzazione genetica individuale per trasformarlo in un rielaborato artistico», spiega. A farsi cavia e prestar il proprio ingegno alla realizzazione del prototipo è stato il professor Luca Gigli. Suo è il primo autoritratto genetico, sulla base d'una foto passata al computer e dei dati raccolti, bastano meno di venti "passatine" di un cotton fiock all'interno della bocca, dalla Gentras. Ora che l'esperimento è riuscito, le serie di numeri o i codici a barre che identificano il Dna di ognuno di noi passano nelle mani di Fabio Fornaciai che, nella sua Galleria Tornabuoni, ospiterà le opere degli artisti di grido ai quali sta proponendo di cimentarsi col Dna.
In definitiva, altro che telefilm all'americana con tanto di morto, o, come avviene di frequente, cause di divorzio e vertenze civili nelle quali si ricorre al Dna per capire chi sia il padre d'un pargoletto o la madre d'un cavallo. S'arrendano pure i fanatici del telecomando, i sognatori e gli iper-realisti. Dai geni trasformati in numeri e dai numeri fatti a loro volta segno grafico, nasceranno ritratti-autoritratti. Sarà la prima volta, in fondo, che l'artista prescelto (e farà poca differenza se saremo al cospetto di un astrattista, un realista, un fotografo o uno sperimentatore lanciatissimo nell'arte digitale) lavorerà a un autoritratto altrui. Tutto nuovo. E nulla di nuovo. Che i numeri fossero musica (o viceversa) o che fossero colori, lo hanno detto in molti, da Pitagora a Leonardo da Vinci.
Il Dna è arte. Anzi, è l'ultima frontiera di un fenomeno che nel mondo anglosassone, da costa a costa dell'Atlantico, cattura un estimatore dietro l'altro. Si chiama science-art e anche l'Italia le sta offrendo i primi esperimenti. L'unico che riguardi la parte più intima e autentica dell'essere umano, quel Dna che è più unica d'un codice fiscale, nasce lungo i 15 chilometri che separano Santa Lucia (frazione di Prato) dalla facoltà d'architettura dell'università di Firenze. Lo stanno sperimentando - in collaborazione con un noto gallerista - la pratese Gentras, società specializzata in biotecnologie, e un architetto di grido quale Luca Gigli che, oltre a far parte del No-Stop studio, insegna progettazione architettonica nell'ateneo del capoluogo toscano.
L'idea è presto spiegata dalla biologa Valentina Cesati, collega e contitolare di Gentras con Silvia Quattrone, che punta decisa a «penetrare, partendo da Prato, il mondo della science-art». Dal lavoro alle notizie su quella che potremmo definire la nuova avanguardia artistica, la biologa pratese è passata presto all'azione. Consapevole di possedere i mezzi, vale a dire un'azienda specializzata in analisi di tipizzazione genetica, ha avviato con la collega sta realizzando un progetto che qualche decennio addietro avremmo definito lunare.
«Siamo partiti da un risultato scientifico di una tipizzazione genetica individuale per trasformarlo in un rielaborato artistico», spiega. A farsi cavia e prestar il proprio ingegno alla realizzazione del prototipo è stato il professor Luca Gigli. Suo è il primo autoritratto genetico, sulla base d'una foto passata al computer e dei dati raccolti, bastano meno di venti "passatine" di un cotton fiock all'interno della bocca, dalla Gentras. Ora che l'esperimento è riuscito, le serie di numeri o i codici a barre che identificano il Dna di ognuno di noi passano nelle mani di Fabio Fornaciai che, nella sua Galleria Tornabuoni, ospiterà le opere degli artisti di grido ai quali sta proponendo di cimentarsi col Dna.
In definitiva, altro che telefilm all'americana con tanto di morto, o, come avviene di frequente, cause di divorzio e vertenze civili nelle quali si ricorre al Dna per capire chi sia il padre d'un pargoletto o la madre d'un cavallo. S'arrendano pure i fanatici del telecomando, i sognatori e gli iper-realisti. Dai geni trasformati in numeri e dai numeri fatti a loro volta segno grafico, nasceranno ritratti-autoritratti. Sarà la prima volta, in fondo, che l'artista prescelto (e farà poca differenza se saremo al cospetto di un astrattista, un realista, un fotografo o uno sperimentatore lanciatissimo nell'arte digitale) lavorerà a un autoritratto altrui. Tutto nuovo. E nulla di nuovo. Che i numeri fossero musica (o viceversa) o che fossero colori, lo hanno detto in molti, da Pitagora a Leonardo da Vinci.
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