La manifestazione
La protesta dei musulmani: «Moschea subito»
M.L.
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Don Santino Brunetti stringe la mano allimam L'imam dei pachistani minaccia di portare i fedeli in piazza Duomo
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PRATO. Può suonare come una provocazione, ma in realtà quello esploso ieri pomeriggio sui banchi del consiglio provinciale, mentre si presentava il VI Rapporto sull'immigrazione, è lo sfogo di una comunità che a Prato conta oltre tremila persone. Pachistani esasperati, che non sanno dove riunirsi per pregare, stanchi dell'equazione tra centro culturale islamico e moschea. Li rappresenta l'imam Mofeed Ahmad, che di spiegare le pagine del Corano ai bimbi più piccoli in un anonimo stanzone non ne può più. «Non vorrei arrivare a soluzioni estreme, ma visto che è da sei mesi che il Comune continua a rimandare la nostra richiesta di sanatoria, faremo come a Milano: mi porto tremila persone in piazza Duomo e ci riuniremo lì per pregare 5 volte al giorno». Uno dei temi contenuti nell'indagine curata da Fabio Bracci verteva sulla presenza musulmana a Prato, dal rituale di sepoltura all'esigenza di un luogo di culto che nulla ha a che vedere con le caratteristiche architettoniche di una moschea. Oggi Mofeed e i suoi si ritrovano a pregare in uno stanzone di via Isarco preso in affitto. Ma loro, un fondo da cui ricavare una "moschea", per così dire, l'avevano trovato in via Filicaia e comprato a 35mila euro, un bel gruzzolo di soldi raccolti in due anni dai membri della comunità. I permessi furono rilasciati dall'allora giunta Romagnoli, poi lo stop di recente che l'assessore comunale all'Integrazione Giorgio Silli ha liquidato come «tipico esempio di un approccio tecnico alla questione, per una dichiarazione d'inagibilità dell'immobile firmata dall'amministrazione precedente». Ma a Mofeed quella spiegazione non è andata giù: «I problemi tecnici non c'entrano, mi sembra sia solo un gioco politico». Ad alzare la voce invece sul dibattito intorno ai cimiteri islamici è stato l'imam di Firenze e presidente nazionale dell'Unione comunità islamiche, Izzedin Elzir (tra gli altri, anche la "padrona di casa", assessore provinciale Loredana Ferrara e il vicario per l'immigrazione, don Santino Brunetti). «Due mesi fa la salma di una donna musulmana fu trasportata fino a Roma per l'impossibilità di seppellirla a Prato: un fatto grave. Se un musulmano chiede di essere sepolto qui - ha fatto notare Elzir - significa che ama questa terra dove ha lavorato».
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