Sicurezza
Operai-attori raccontano la loro cassa integrazione
Ilenia Reali
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PRATO. Tanto tempo fa lavorava come operaio in tintoria. E forse per questo, oggi che si guadagna da vivere come fotografo della redazione di Pistoia del Tirreno, il pratese Lorenzo Gori sente così tanto la fabbrica. Oppure più semplicemente il suo obiettivo non si limita a fermare le immagini ma interroga le persone. Le guarda dentro. A Pistoia, è stato il primo che ha scavato nella vita degli operai della Breda. Nei volti di coloro, che uno dopo l'altro, sono morti a decine, consumati dalla polvere di amianto. Tutte quelle persone hanno lasciato attraverso le sue immagini le loro testimonianze. Un giorno, di tanti anni fa, entrò in redazione, a Pistoia, e disse: «Compro la telecamera. Devo dare loro anche la parola». E' stato solo l'inizio. Da quell'esperienza ne è nato il primo spettacolo teatrale "Lavorare da morire" con attori i pensionati della fabbrica di treni. Dopo è stata la volta del "Paesazzo" realizzato con le centraliniste del call center Answers. Ora arriva a Prato con una sua nuova opera, scritta con la giornalista pistoiese Marta Quilici. Si chiama "L'estate di Simone" e sabato, alle 21, andrà in scena al teatro la Baracca a Casale. Gli attori anche questa volta non sono attori. Sono gli operai della Radicifil, l'azienda che produceva filato di nylon a Pistoia, e che un anno fa chiuse. Una manciata di giorni, la cassa integrazione a zero ore e la vita scombussolata. Storie come quelle che ogni giorno Prato vive. E che Lorenzo Gori e Marta Quilici hanno deciso di raccontare senza filtro, di guardare dal di dentro. Non una pagina di giornale che finisce in un giorno, o il tempo del presidio, ma uno spettacolo. Al di là dei numeri del resto ci sono le persone. E la perdita del lavoro è anche la perdita di una parte di se stessi. Simone è Simone Zini. Il protagonista dello spettacolo ma anche un uomo in carne e ossa, uno dei 137 licenziato da un momento all'altro. E' da una sua battuta che comincia la storia. «Durante il presidio aveva in mano un vocabolario di cinese. E diceva lo imparo e seguo le macchine della fabbrica», racconta Gori. Anche in capo al mondo. Uno spunto paradossale (Simone sulla scena scrive all'azienda in Cina che ha acquistato le macchine annunciando il suo arrivo) che porta però a raccontare le reazioni, gli interrogativi, i dubbi che un uomo sente davanti a una lettera di licenziamento. Un modo, quello di Lorenzo Gori, di affrontare anche grandi temi, come la globalizzazione, il lavoro nero, gli ammortizzatori sociali, il lavoro come simbolo della dignità, il gioco del lotto. «Marco quando sa che avrà un periodo di cassa integrazione sorride», racconta l'autore dello spettacolo. «Sorride perché così andrà a lavorare a nero e guadagnerà più di prima. Alfredo si concentra sul presidio e non molla. Leonardo scuote le spalle e va al mare. Altri raccontano le loro angosce. Alla Baracca è stato inserito anche un'altra storia, che davvero esiste e che sarà interpretata dall'unico attore vero, Manuel Sabatini: lui passerà il tempo giocando al Superenalotto. Sperando in una vincita, immergendosi in quella che per me è un'altra piaga dei nostri tempi». Un po' di storie. Racconti in cui ognuno si può ritrovare o può riconoscere il vicino di casa, l'amico, il parente. Un modo per guardarsi con la lente d'ingrandimento. E pensare.
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