Il Tirreno

Prato

Proverbi e motteggi Ecco come si scherzava al tempo del Datini

Valentina Ceccatelli
Diana Toccafondi. Sotto, un ritratto di Francesco Datini
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Diana Toccafondi. Sotto, un ritratto di Francesco Datini

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 PRATO. Dante Alighieri rideva eccome, e si divertiva a prendere in giro gli amici con rime sulle loro mogli; Boccaccio e Foscolo si dedicavano alla conquista del gentil sesso con una facilità sconvolgente e, a dispetto delle apparenze, Pascoli si improvvisò investigatore per risolvere l'enigma della Cavallina Storna, "che porti colui che non ritorna". Anche Prato ha il suo esempio illustre nella figura del mercante Francesco Datini, vissuto a cavallo fra il 1300 e il 1400, ritenuto da alcuni l'inventore dell'assegno, da altri il creatore della lettera di cambio.  «Gli esempi si trovano tutti nelle lettere - spiega Diana Toccafondi, ex direttrice dell'archivio di Stato di Prato e ora sovrintendente regionale ai beni archivistici - Possiamo scoprire il registro con cui i mercanti, amici fra di loro, colloquiavano: è un sarcasmo tutto toscano e spesso usavano il paradosso, stigmatizzavano gli atteggiamenti o i vizi, come l'avarizia. Scrivevano il contrario di quello che volevano dire, ovviamente celiando».  Capitava così che Francesco Datini rimproverasse la moglie Margherita per aver lasciato aperta una finestra, che durante un temporale aveva fatto entrare l'acqua in casa, dicendole che era esattamente ciò di cui aveva bisogno, e che aveva così poco da fare che si sarebbe dedicato volentieri alla risoluzione del problema.  «Nelle lettere, a parte quelle fra Francesco e Margherita, che hanno un tono più intimo - dice ancora Diana Toccafondi - si parla di vita quotidiana, ci si prende in giro sugli atteggiamenti e si usa l'ironia per attingere alla sapienza popolare e dare consigli. Buttavano in scherzo ed utilizzavano la presa in giro per parlare anche di cose serie».  Si tratta di persone capaci di rispondere velocemente e a tono alle provocazioni degli amici. «Questo botta e risposta continua veniva chiamato motteggio - dice ancora Diana Toccafondi - Ser Lapo Mazzei per esempio, che vantava con Datini un'amicizia molto profonda, si poteva anche permettere di prenderlo in giro su qualcosa che gli aveva fatto avere e che, evidentemente, non era di buona qualità».  Un altro esempio è dato dallo scambio epistolare fra Datini e Domenico di Cambio, che parlano di un amico che ha appena avuto una figlia femmina e non ne è felice: è talmente preoccupato di doverle fornire una dote che "s'è messo nella mercatura così tanto che non piscia per non bere".  «Nelle lettere c'è una continua commistione fra l'aspetto privato dell'amicizia e quello economico degli affari e degli interessi - aggiunge Toccafondi - Ce ne sono alcune di molto belle, che illustrano quanto a volte i rapporti si facessero tesi proprio in virtù di questa coesistenza. Troviamo anche la fusione fra il sacro e il profano: nella stessa lettera ci si interroga sulla vita, sulla precarietà dell'esistenza, sulla sicurezza che quello che abbiamo oggi domani potrebbe esserci portato via e ci si rimette nelle mani di Dio: poche righe dopo si parla del prezzo a cui dover vendere un certo prodotto».  Nelle lettere ci si occupa anche della vita della comunità pratese e della politica: Ser Lapo Mazzei, scrivendo a Datini, cita un proverbio: "Quando avrai servito un Comune, non avrai servito nessuno". «Facevano grande uso dei proverbi - spiega Diana Toccafondi - era la saggezza popolare. Per spingere un amico a prendere una decisione gli dicevano: preso partito, passato l'affanno. Datini, dopo aver vissuto in Provenza per un lungo periodo, usava anche proverbi provenzali: tanto va il ferrato al pozzo che ci rimane, che è la loro versione del nostro tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Di un amico avaro dicevano che era pesto dal Lucifero maggiore». Sono elementi che fanno capire che dietro alle prese di giro, ai motteggi, c'è sempre la cultura dietro. In ogni caso, il sarcasmo è sempre stato la miglior arma di difesa: in una delle lettere, Datini si rivolge ad un amico che gli ha inviato una mula da vendere in condizioni pessime: "E' inutile che mi mandi la mula, se è in questo stato!".

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