Il Tirreno

Prato

Si ammalò per colpa della trasfusione

P.N.
Un reparto dell’ospedale
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Un reparto dell’ospedale

Epatite: sessantenne chiede danni per 260.000 euro all'Asl

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 PRATO. Da cinque anni una donna pratese di 60 anni attende invano un risarcimento per una trasfusione di sangue infetto che le ha reso la vita un inferno. La causa civile è stata promossa nel 2005, ma finora la compagnia assicuratrice che assiste l'azienda sanitaria non ha sborsato un euro.  «La trasfusione risale a più di vent'anni fa, fu nel 1988 - racconta la sessantenne che chiede di restare anonima - Ebbi un aborto gemellare e fu necessario fare una trasfusione urgente, rischiavo di morire».  Sul momento sembrava fosse andato tutto bene, ma la malattia era in agguato e si è manifestata circa dieci anni dopo l'intervento. La donna si accorse di aver contratto diversi tipi di epatite e dopo qualche tempo, fatti i dovuti accertamenti, si è convinta che all'origine di tutto c'era stata quella trasfusione. Per questo ha deciso di fare causa all'Asl e chiede un risarcimento di circa 260.000 euro.  «Tra il 2004 e il 2005 ho fatto un anno intero di chemioterapia - racconta la donna - Ora me ne vorrebbero fare un altro ciclo di 18 mesi, ma non so cosa fare, non me la sento di rientrare in quell'inferno».  Le conseguenze della malattia non si sono esaurite sul piano fisico. Fino al 2007 la sessantenne ha lavorato in una ritorcitura, ma dopo due anni di mutua i datori di lavoro le hanno fatto capire che non potevano più sopportare questo peso, dunque ha perso il lavoro. Una perizia medico-legale le ha assegnato un'invalidità del 46% che però non le consente di ricevere la pensione. E così i risparmi accumulati durante tutta una vita si sono praticamente esauriti per i medicinali e per tirare avanti.  «Da due anni aspetto che la compagnia assicuratrice mi faccia un'offerta - protesta la sessantenne - ma finora non si sono fatti vivi, pur avendo promesso che l'avrebbero fatta. Vorrei che passassero loro una giornata delle mie, così capirebbero che cosa significa. Io non posso più aspettare, devo ricominciare a vivere».  In città c'è un precedente incoraggiante. Nel 2003 l'avvocato Francesca Meucci riuscì a sbloccare un risarcimento di un milione di euro assegnato dal Tribunale civile di Firenze a un pratese che aveva contratto l'epatite C a causa di una trasfusione di sangue infetto. Riuscì nell'intento pignorando alcune somme destinate alla Legge finanziaria e lo Stato decise di sbloccare i fondi. In quel caso la causa civile era durata "appena" tre anni.

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