Il Tirreno

Prato

Rozzezza come strategia politica

Cristina Orsini
Lo storico medievalista Franco Cardini
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Lo storico medievalista Franco Cardini

Cardini: «Verso gli stranieri contraddizioni e atteggiamenti reazionari»

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 PRATO. Professore ma che succede? Sindaco e presidente della Provincia di Prato litigano, perché il primo non vuole gli stranieri nel Corteggio storico nella parte delle rappresentanze istituzionali, l'altro invece ha deciso di farli sfilare dietro il gonfalone.  «Bisogna capire - risponde Franco Cardini, 70 anni, storico, medievalista, saggista, docente universitario con incarichi anche internazionali - che oggi si fa un uso politico dell'aggressività verso gli stranieri. Una volta da ogni parte, dalla politica ai discorsi in famiglia, dalla scuola, al cinema, si dava una connotazione profondamente negativa al razzismo e alla xenofobia. Si pensava che se uno straniero veniva nel nostro territorio per lavorare doveva essere trattato con comprensione e solidarietà. Oggi invece gli atteggiamenti aggressivi, spesso anche volgari, verso gli stranieri vengono presi come una dimostrazione di forza, di determinazione, se non come una coordinata identitaria. Sono atteggiamenti che a me danno noia ma che sono convinto non si combattono più con le armi ormai spuntate della tolleranza e dei richiami al senso civico. Sono diventati una strategia politica. E a tutti i livelli, a partire dai leader che parlano di affondare i gommoni con un linguaggio che nemmeno i capi nazisti avrebbero mai usato. E' ormai una fase di brutalità scoperta ma che evidentemente politicamente paga».  Alla faccia di tanti discorsi sull'integrazione.  «E infatti si assiste anche a dei controsensi. Come a Prato, appunto. Si fanno rievocazioni storiche perché si vogliono incentivare radici identitarie e però non si ammettono a fruire di queste attività, di questa festa, le persone straniere che rappresentano certamente la fascia più integrata. Non si accetta quindi che a loro volta si integrino, che capiscano la nostra mentalità e che ne diventino sostenitori. E' una contraddizione in termini che svela un contenuto profondamente reazionario. E' una balla quella secondo la quale si dice che se gli stranieri accettano i nostri modi di fare e le nostre regole allora... Se un extracomunitario vuole partecipare a una festa e vestire abiti medievali perché non glielo si lascia fare? E' un atteggiamento vicino al più basso razzismo».  E' una deriva che si rischia a Prato come in Italia?  «E' un po' malinconico notare come mezzo secolo di cultura pacificista, di tolleranza democratica, forse portata avanti anche con un eccesso di pedanteria, abbia prodotto, soprattutto in presenza di situazione di conflitto e crisi, questi specialissimi anticorpi. I nipoti dei sessantottini e di quelli che mettevano i fiori nei cannoni, sono diventati così e il fatto straordinario è che anche una parte del proletariato è diventata così. Lo dimostra ciò che è successo nel quartiere di Ovo Sodo, a Livorno: due rumeni, che saranno anche stati dei delinquenti, assaliti da altri poveri disgraziati. Questa è una triste novità. Ma è anche pericoloso».  Pericoloso in che senso?  «Non succederà nulla perché siamo in Italia: abbiamo avuto tre rivoluzioni e alla fine sono state buffonate. Parlo del Risorgimento, del fascismo e della Resistenza. Intendiamoci non è che non ci sia stato chi ha sofferto, chi ci ha creduto profondamente fino a morirci e non è che non ci siano stati elementi positivi, anche nel fascismo. Parlo di buffonate perché nessuna di queste tre rivoluzioni, intese per mutamento profondo della società ha, alla fine, avuto questo risultato. Sono stati troppi gli elementi di ambiguità. Attenzione, però, le rivoluzioni possono essere buffonate in sè ma si presentano sempre con caratteri maledettamente seri di violenza o repressione forte».  Professore sta parlando di rischio di scontri sociali?  «E' il principio delle ciliegie. Prima si litiga poi ci si scontra e poi diventa un circolo vizioso, non più controllabile. Che Dio non voglia ma gli elementi per una fase difficile ci sono tutti: a partire da ciò che succede a Prato per finire agli assalti dei centri sociali ai comunisti cattolici. E' un copione che ho già visto negli anni Settanta. E se la destra mantiene la vocazione a non pensare, la sinistra continua a non abbandonare la propensione al settarismo. Una storia che viene da lontano. La sinistra perde perché non riesce a unirsi: un compagno diverso da te è peggiore del nemico. Siamo su un piano inclinato: l'economia va male, i ragazzi sono allevati senza solidi principi, è finito il dialogo intergenerazionale. Tutti questi elementi presi isolatamente sono sciocchezze, messi insieme danno segnali allarmanti. Non funziona più la convivenza democratica».  Le conseguenze, secondo lei?  «Ci attende un periodo di grande incertezza di governo che potrebbe portare a svolte violente in politica ma anche nel sociale. Se si radica l'idea che l'extracomunitario, il musulmano, sono il nemico, sono il pericolo, scatterà immediatamente la volontà di lottare contro il nemico metafisico. Una cosa che aveva perfettamente capito Hitler che aveva individuato un catalizzatore negativo dal quale difendersi, ovviamente passando all'offensiva».  Uno scenario terrorizzante.  «Non deve. Questo potrebbe essere l'esito ma per raggiungere il quale devono concorrere tante cose. Non è che ci si debba prefigurare chissà quali scontri, ma certamente si va incontro a un momento che potrebbe essere pericoloso e spiacevole per tutti. Ci sarebbe bisogno di leader politici con la testa sulle spalle e invece pare che non ce la vogliano tenere: invece di ragionare sugli elementi di rottura, soffiano sul fuoco. C'è una fortuna: che c'è gente ancora molto rozza con una bassissima formazione e bassissimo livello di istruzione».  Professore, getti un seme che dia una speranza.  «Da parte dei politici usare il buon senso, appunto, e rendersi conto che proprio nei periodi di maggiore crisi c'è bisogna di solidarietà. Avere il coraggio e la sensibilità, avere la freddezza intellettuale, di non perdere di vista la necessità di mantenere su binari accettabili la coesione sociale e la vita civile, proprio perché siamo in un momento di crisi».  Lei abita a Prato. E' davvero assediata dai cinesi?  «Se ci fossero stati i valori dei quali ho parlato gli stessi cinesi si sarebbero comportati in un'altra maniera».  Spieghi meglio.  «Sono stati i pratesi a insegnare loro il lavoro nero, a sfruttarli, a vendergli le case in nero e in contanti, e adesso che questi hanno conquistato spazio è troppo comodo trattarli come gente che deve tornare al proprio paese. Bisognava non mettersi nelle loro mani. Solo così si sarebbero integrati. Invece è stata incentivata la loro crescita selvaggia. Credo che se qualcuno, anche in Comune, facesse un esame di coscienza, non potrebbe non ammettere che le cose stanno così».

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