Il Tirreno

Prato

La difesa del parroco "austero"

Eleonora Barbieri
Don Antonio Pacilio parroco della chiesa Sant’Antonio Maria Pucci
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Don Antonio Pacilio parroco della chiesa Sant’Antonio Maria Pucci

«Mutuo per la nuova chiesa? Non me la sentivo»

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 PRATO. Per non gravare sulle spalle dei suoi parrocchiani, ha detto no ad un mutuo da 300mila euro per costruire una chiesa in muratura. Meglio continuare a dire messa sotto quel tendone sopportando 40 gradi d'estate e zero gradi d'inverno, che mettere in difficoltà famiglie già a terra per la crisi economica. Il giovane don Antonio Pacilio è un prete speciale. Dottrina e momenti di preghiera, ma anche tanto senso pratico e consapevolezza che la matematica non è un opinione.  Se costruire in muratura Sant'Antonio Maria Pucci a Grignano significa spendere 1 milione di euro di cui il 70 per cento è coperto dall'8 per mille e il restante 3 per cento dalla parrocchia, è meglio lasciar perdere perché il passo è più lungo della gamba. «Ho solo fatto presente la realtà - spiega don Antonio Pacilio - le entrate al mese sono mille euro, le uscite, con un mutuo a vent'anni, sono duemila senza contare le spese ordinarie. Lo dice anche il Vangelo ed è da stolti andare contro le indicazioni del Vangelo. Vorrei vedere quanti sono disposti al posto mio a fare una scelta così sciagurata. La nostra è una parrocchia piccola e sebbene sia cresciuta tantissimo in questi anni, non può certo permettersi uno sforzo del genere. Non abbiamo un bar o un pizzeria sulle cui entrate possiamo fare conto. Solo una volta, tempo fa, abbiamo organizzato una cena di beneficenza con tutti i negozianti della zona e siamo riusciti a mettere insieme 1.500 euro che sicuramente non sono sufficienti per coprire un mutuo del genere. Come posso chiedere ai miei parrocchiani di aiutarmi quando molti di loro hanno perso il lavoro, sono disoccupati o da due impieghi in famiglia sono passati ad uno. Di grandi industriali tra di loro non ce ne sono. In Curia mi hanno detto di stare tranquillo perché avrei avuto le spalle coperte da loro, ma in realtà so bene che si accollano già le rate di mutuo per l'acquisto del terreno».  La decisione ormai è presa. Quel tendone deve sparire e quindi don Antonio deve lasciare il posto a qualche altro prete più coraggioso o forse più incosciente di lui.  «Se hanno deciso così per me va bene. Da domani sarò nella casa del clero in via san Vincenzo e inizierò un corso di specializzazione di tre anni per diventare consulente pastorale. Era uno dei miei sogni».  Gli mancherà la vita da parrocchia e i suoi fedelissimi parrocchiani? «Purtroppo risento sempre dei cambiamenti - conclude don Antonio - per me la parrocchia è una grande famiglia dove ognuno svolge un compito in base alle proprie attitudini. Mi mancheranno tutti. Mi farebbe piacere continuare a frequentarli».  Il saluto ci sarà stamattina alle dieci durante l'ultima messa di don Antonio nella chiesa tendone, quella che ha inaugurato tre anni fa quando è arrivato in via Tobagi e si è trovato davanti solo un tavolo, una sedia e poco altro. Il resto l'ha comprato un po' alla volta, spesso di tasca sua per non gravare su delle casse già troppo magre.  

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