Il Tirreno

Prato

Un preside per passione

Miriam Monteleone
A sinistra, un’immagine di Nespoli nel suo ufficio. Nelle foto piccole il preside discute con gli studenti durante l’occupazione al Classico
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A sinistra, un’immagine di Nespoli nel suo ufficio. Nelle foto piccole il preside discute con gli studenti durante l’occupazione al Classico

Nespoli va in pensione. «Ma non chiamatemi dirigente»

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 PRATO. Trentasette anni di servizio, ventidue di dirigenza scolastica e innumerevoli battaglie combattute, spesso tra le polemiche, per il bene della scuola. Luigi Nespoli, preside del Cicognini Rodari, va in pensione. E nonostante la sua fama di "preside contro" e il suo integralismo, spesso criticato, dopo tanti anni si definisce ancora un "animale didattico", famelico di apprendere. Il 31 agosto sarà il suo ultimo giorno di lavoro, anche se ancora l'ufficio scolastico regionale non ha reso noto il nome del suo successore. Abbiamo ripercorso con lui le tappe della sua carriera, tra la passione per la palla ovale, quella per la politica («mai insegnata a scuola», precisa) e le tante lettere, scritte al ministro di turno della Pubblica Istruzione.  Prima di diventare preside cosa insegnava?  «Per qualche anno ho insegnato lettere alle medie, poi sono passato a storia e filosofia nei licei. Ho insegnato per tanti anni all'Umberto I di Napoli. Ho fatto il concorso e nel 1989 mi hanno mandato qui a Prato dove ho preso servizio al Rodari. Da undici anni dirigo insieme Cicognini e Rodari».  Come è cambiato il suo rapporto con la scuola con il salto a dirigente?  «Ho sempre fatto il preside, come facevo il professore, rispettando gli altri e cercando di essere rispettato, senza mai farmi calpestare i piedi. L'etichetta di "dirigente" non l'ho mai sentita mia, preferisco essere chiamato preside, un ruolo che penso di essermi conquistato lavorando sodo. Si dirige una fabbrica, un'azienda, ma la scuola è un'altra cosa, a scuola si insegna».  Tra i presidi delle scuole pratesi si è sempre distinto come un outsider, originale e fedele, nonostante tutto, ai suoi principi. Nel 1994 quando fece mettere il distributore di preservativi al Rodari, in città, molti lo criticarono...  «Come dimenticare... L'iniziativa fu letta come un invito a fare sesso. Stupidamente. In realtà si trattava dell'azione finale di una campagna di educazione alla salute, rivolta agli studenti. Questo non è stato che un episodio, di critiche ne ho prese tante, perche sono fissato con la didattica e con la lotta all'illegalità e questo mi ha portato molte volte a scontrarmi con studenti e docenti».  Anche con la Chiesa ha avuto qualche problemuccio.. Nel 2000 mandò via dal Cicognini un'insegnante di religione.  «E' compito di un preside verificare il regolare svolgimento della didattica, non ho mai agito seguendo simpatie personali. Problemi con la Chiesa non direi, io sono laico, credo fermamente nel principio cavouriano "Libera Chiesa in libero Stato", ma questo non vuol dire che non nutra rispetto per la religione o per il vescovo di Prato, con cui tra l'altro siamo in buoni rapporti».  Passiamo al rugby. E' stato giocatore, allenatore, dirigente e ha anche scritto due libri sul tema. Ci racconta qualche aneddoto che la lega a questo sport?  «Ho sempre promosso il rugby tra i miei studenti, maschi e femmine, tanto che nel 1982 - anche in questo caso tra le polemiche - mi sono battuto per la costituzione della Federazione Rugby Femminile. Ho tanti ricordi bellissimi, con i miei studenti abbiamo fatto tornei internazionali, anche di recente, in Olanda».  Tra i suoi amori c'è stato anche quello per la politica, finito in divorzio però. Cosa le ha fatto perdere entusiasmo?  «Vengo da una famiglia comunista, mio padre era operaio e ho anche militato tra le fila dei Ds qui a Prato. Poi le ragioni che mi hanno portato alle dimissioni sono note. Mi sembrava che il partito fosse governato da un'oligarchia e io sono per la democrazia. Oggi non mi sento più rappresentato da nessun partito, né di destra né di sinistra. Però ho sempre cercato di tenere la politica fuori dalla scuola».  Si sa già chi sarà nominato al suo posto?  «Ancora no, il che è piuttosto scandaloso, visto che non occorrono tempi biblici per nominare un preside. Vorrei avere il tempo di coordinarmi con il mio successore, di fargli conoscere la scuola, ma con gli uffici scolastici si fa sempre tutto all'ultimo minuto. Spero si sappia a giorni chi sarà il nuovo preside».  E adesso che andrà in pensione? Come pensa di trascorrere il suo tempo?  «Le mie modeste origini mi hanno costretto nella vita a bruciare le tappe, ma oggi guardandomi indietro, sono contento. Posso permettermi di andare in pensione a 65 anni. Passerò il tempo leggendo e magari facendo qualche passeggiata. I miei docenti e le persone con cui ho lavorato in questi anni, per la pensione mi hanno fatto un grande regalo: un buono da spendere in un viaggio. La vecchiaia la passerò a Prato, ormai mi sento un po' pratese. E poi, invecchiando, ci si acciacca sempre più. Preferisco restare qui che la sanità funziona meglio che altrove».

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