Sicurezza
Una delle principali fasi produttive del tessile rischia di ridursi ancora. «Se non si fa il filato qui si rinuncia alla qualità»
«Spetta ai committenti salvare i filatori»
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Una filatura Pagliai invita i lanifici a stringere i rapporti coi loro terzisti e ad alzare le tariffe
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PRATO. Non è solo in gioco il futuro delle filature ma quello dell'intera area tessile pratese. Guido Pagliai, filatore, membro del Consorzio lavorazioni tessili e lapidario. Dopo l'intervento del presidente della Camera di commercio Carlo Longo sul non futuro di una delle fasi più importanti della filiera non ha dubbi. «Sono i committenti che devono intervenire». Per Pagliai intervenire significa cominciare a guardare con attenzione alla fase di lavorazione che può ancora garantire al tessile qualità. Anche perché tempo per stare ancora a guardare non ce n'è. «Le filature stanno chiudendo una dietro l'altra e ancora questa tendenza non si è arrestata. Altre imprese chiuderanno nelle prossime settimane: vittime delle tariffe troppo basse a cui hanno lavorato negli ultimi anni. Ora i nodi sono arrivati al pettine e molte filature sono cariche di debiti nei confronti dell'Inps per i contributi, con i lavoratori a cui non hanno accantonato il Tfr, con l'Enel a cui ritardano i pagamenti delle bollette. I commercianti di macchine usate vengono chiamati continuamente per far smontare e portare all'estero fabbriche intere. Nel 2004 fu fatta un'analisi dei costi che ogni tipo di lavorazione sosteneva: ci sono filature che lavorano al di sotto di quella soglia che non teneva in considerazione il ricavo per l'imprenditore e gli oneri passivi. Fu un'analisi fatta in collaborazione con la Camera di commercio ma anche con l'Unione industriale». «L'impostazione dei rapporti di filiera - continua Pagliai - va cambiata radicalmente. I committenti non hanno già più a disposizione i filatori al momento del bisogno. Devono imparare a programmare il lavoro, a ricreare magazzino per salvare quel poco che è rimasto. La capacità produttiva c'è ancora ma bisogna riuscire a diluire la richiesta aiutando i propri collaboratori terzisti». Aiutare i terzisti significa creare più certezza del lavoro con una maggiore programmazione (anche se il mercato non ce l'ha) e pagare tariffe più eque. «Dobbiamo renderci conto - conclude Pagliai - che se il filato che arriva dall'estero non è di qualità, come difficilmente lo è, alla fine anche il prodotto finito non potrà raggiungere gli standard necessari per stare sul mercato di questi tempi e vincere la concorrenza». I.R.
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