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Prato

Mazzoni: «Dialogo difficile La strada giusta, per ora, è continuare a colpire»

Cristina Orsini
Mazzoni: «Dialogo difficile La strada giusta, per ora, è continuare a colpire»

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PRATO. «Mi ritengo un lobbista di Prato». Dunque Riccardo Mazzoni, deputato e coordinatore Pdl, da domani comincerà a "fare la fila" davanti agli uffici del ministro Alfano. «Né ho fatta tanta - dice - davanti a quelli delle Attività produttive per inserire Prato nel decreto delle aree di crisi e mi hanno garantito che sarà tra le prime tre città, ora ricomincerò davanti alla porta del ministro della Giustizia». L'incontro fissato per i primi giorni della prossima settimana dovrebbe portare all'attenzione di Roma «la situazione del tribunale di Prato che a settembre vedrà l'esodo di magistrati che hanno chiesto il trasferimento e quella della procura, il cui organico, come dice il procuratore Tony, è ancora quello di una piccola città. Noi invece abbiamo bisogno di strumenti sul territorio per combattere una criminalità organizzata ormai ben radicata». E' quella cinese, secondo il deputato, che ha come motore le attività illegali e il riciclaggio.  Eppure la tv di Stato cinese avrebbe scelto Prato come "location" di una fiction. Non potrebbe essere il primo passo del dialogo? «Mah, più che una fiction credo bisognerebbe fare un reality. Mettere una telecamera per due mesi dentro un capannone e capire cosa succede. Non vedo come una fiction che ha regole di parte, potrebbe avviare un dialogo. Per confrontarsi bisogna essere in due ma non mi pare che la comunità cinese di Prato abbia mai fatto assunzioni di responsabilità rispetto alla legalità. Questa è, per il momento, la realtà».  Da oltre un anno la comunità cinese è martellata da controlli: blitz piccoli e grandi. Eppure nulla è cambiato: si continuano a trovare clandestini, si continua a scoprire lavoro nero. Non crede, come ha anche detto il capo della polizia, che il "bastone" possa non essere sufficiente? «Siamo tutti convinti che in prospettiva non si possa vivere di sole retate. Ma prima la politica italiana deve rendersi conto che il caso Prato riguarda tutti. Questa città è il simbolo della cattiva globalizzazione. Poniamoci una domanda: e se Prato fosse solo la prima tappa dell'assalto cinese all'intero sistema manifatturiero italiano? Partiamo dai fatti: quello delle confezioni cinesi di Prato è l'unico comparto italiano che nei due anni più critici è cresciuto. Ed è cresciuto su un circuito perverso tutto illegale, a partire dell'import di merci, dall'evasione delle tasse, dall'utilizzo in modo selvaggio fino allo schiavismo della mano d'opera, per finire al riciclaggio del denaro. E' giusto e opportuno alzare il livello. La strada giusta, almeno per ora è questa: continuare a colpire. E' razionale ciò che il sindaco Cenni auspica, di poter integrare filiera pratese e distretto parallelo, ma per ora è irrealizzabile».  Nessuna "exit strategy", dunque, per riuscire ad agganciare l' economia sommersa? «Torno sempre ai fatti: 5 milioni di euro riciclati in quattro anni, commesse da 500milioni di euro l'anno che partono per la Cina. Una exit strategy è auspicabile ma è ancora presto. Anche perchè non è vero che tutti i cinesi che arrivano qui sono dei disgraziati, ci sono anche commercianti benestanti che preferiscono usare circuiti bancari paralleli che spesso sfociano nell'usura, piuttosto di quelli regolari. E una volta che si è entrati in questo meccanismo è difficIle rinunciare».  E' un motivo ricorrente nel centrosinistra pratese: tanti ministri che passano da Prato, tante promesse, ma ancora nessun risultato. Che risponde? «Che il centrosinistra dopo venti anni di risposte non date, dovrebbe almeno avere il pudore di tacere. Sono convinto però che, anche grazie al lavoro della giunta Cenni che ha portato la questione Prato all'attenzione nazionale, la politica romana abbia chiaro il problema. Recuperare Prato, un distretto che produce, con un investimento straordinario, è una manovra in attivo per tutta Italia. Spero che il governo lo capisca».  Ne dubita? «Ne dubiterò solo se alle dichiarazioni non seguiranno fatti. Il governo deve fare qualcosa di più per Prato».  Parliamo della Lega. Le camice verdi pratesi hanno definito il nuovo ambasciatore cinese un "padrino". Forse non è il modo migliore per stabilire rapporti distesi. «Non mi permtterei mai di chiamare "padrino" il nuovo ambasciatore, mi hanno però lasciato perplesso le sue dichiarazioni: parlavano solo di tutela della comunità cinese. Mi sembra che si sia fatto un passo indietro».  E dei rapporti dei leghisti con la giunta Cenni che ne dice? Il contrasto è evidente visto che hanno chiesto di affiancare all'assessore Aldo Milone uno dei loro. «Ho ottimi rapporti con la Lega, ma quella richiesta la giudico un errore politico. Serve solo a dare l'idea del commissarimento di un assessore, Milone, che invece ha lavorato e lavora benissimo, in sinergia con le forze dell'ordine e con efficienza».  Quindi tra cinesi e pratesi nessuna possibilità di integrazione, al momento. «C'era un progetto del questore Savi che spero vada avanti, che puntava a intrattenere rapporti con la base cinese, gli operai, le persone regolari, saltando i quadri intermedi che sono quelli che controllano il lavoro illegale. Beh, credo che quella sia la strada.»  Ricominciare daccapo? «Ricominciare daccapo è impossibile perché la realtà è deteriorata. Meglio dire: tessere dal basso per tentare l'integrazione».

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