Il Tirreno

Prato

La maxi-evasione è figlia della clandestinità

Paolo Nencioni
La maxi-evasione è figlia della clandestinità

Il ragioniere dei cinesi: «Facciamo emergere gli operai, solo così pagheranno le tasse»

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PRATO. E' un'evasione fiscale quasi inevitabile quella degli imprenditori cinesi, molti dei quali stangati con l'ultima operazione della Direzione distrettuale antimafia sul riciclaggio. Un'evasione figlia di regole che portano i confezionisti cinesi a comportarsi in una maniera anziché in un'altra. Tesi al limite del provocatorio, si dirà, ma che si basa su qualche dato di fatto.

LA CLANDESTINITA'. Alla base di tutto, com'è intuibile, c'è la clandestinità. In un mondo perfetto i clandestini cinesi restano in Cina o vengono bloccati alla frontiera. Nel mondo reale entrano nell'Unione europea con un visto turistico e dopo tre mesi diventano clandestini. Non sono schiavi, come a molti piace ancora pensare. Quasi tutti sono ben contenti di andare a lavorare per poche centinaia di euro nelle confezioni dei connazionali che gli forniscono vitto, alloggio e una minima protezione, in attesa della prossima sanatoria.

TASSE SPARITE. E mettiamoci per un attimo nei panni del confezionista, che ovviamente anche lui è ben contento di avere a disposizione questa manodopera a basso costo (proprio perché clandestina) e anche se volesse, non potrebbe versare contributi a Inps e Inail. Mettiamo che alla fine dell'anno l'imprenditore si trovi in tasca un milione di euro e mettiamo che sia un santo: vuole pagare le tasse. Non può farlo, perché il volume d'affari fatturato è notevolmente inferiore a quello reale, avendo ufficialmente pochi operai in regola. IL RAGIONIERE. Sulla tesi concorda il ragioniere Michele Granieri, con studio in via Marengo, che fino a qualche anno fa si spartiva con pochi altri il lucroso mercato dei cinesi («Ma ora siamo in tanti, più di cento» rivela). «Il nocciolo della questione è mettere in regola gli operai cinesi - dice Granieri - Solo così si possono fare le buste paga e si pagano i contributi. Leghiamo il permesso di soggiorno a una casa vera e non alla sola ospitalità». Oltre alla manodopera che arriva "in nero", aggiunge Granieri, alla base del processo che porta all'evasione ci sono i tessuti che arrivano nella stessa maniera. Se importo tessuti per un milione dichiarando la metà del valore, poi non posso fatturarli per intero: «E' una catena...».

LA DOPPIA FATTURA. Sul flusso di denaro dall'Italia alla Cina può aver influito anche un altro meccanismo. Il governo cinese concede un credito d'imposta (pare del 17%) a chi esporta tessuti. Così le fatture in partenza dalla Cina sono sovrastimate (per incassare più credito) mentre quelle in arrivo in Italia, per la stessa merce, sono sottostimate (per pagare meno Iva e dazi). Ma il destinatario ovviamente deve pagare la differenza, e ovviamente lo fa a nero, attraverso i money transfer. In questi giorni stanno cominciando ad arrivare le prime multe ai confezionisti cinesi da parte dell'Agenzia delle Dogane che mette a confronto le due fatture e addebita la differenza dell'Iva e il mancato pagamento dei dazi, oltre alle sanzioni.

TEMPI LUNGHI. A molti non sarà sfuggito un particolare. L'inchiesta della Dda sulla montagna di soldi mandati in Cina via money transfer aveva già acquisito molti elementi alla fine del 2008. Nei successivi 18 mesi si calcola che centinaia di milioni di euro siano comunque volati a Pechino senza che lo Stato riuscisse a fermare il flusso. L'ennesima conferma che spesso i tempi della giustizia non vanno al passo con quelli dell'economia, del mondo reale anziché di quello perfetto.

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