Il Tirreno

Prato

Il mio testo per un attore cieco

Miriam Monteleone
Rodrigo Garcia regista teatrale argentino spesso discusso per i suoi spettacoli
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Rodrigo Garcia regista teatrale argentino spesso discusso per i suoi spettacoli

Parla Rodrigo Garcia, regista argentino che fa discutere Stasera al Fabbricone la "prima" del suo nuovo spettacolo

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 PRATO. Gli animalisti si sono accaniti contro il suo teatro, definendolo un torturatore di animali. Mentre il suo pubblico ne assumeva la difesa, riconoscendone la genialità. A distanza di cinque anni dalla sua discussa apparizione a Prato con lo spettacolo "Matar para comer", il regista argentino Rodrigo Garcia torna a Contemporanea Festival. E lo fa con un lavoro nuovo "Esto es asì y a mi no me jodàis", scritto per un attore non vedente, che ha poco a che vedere con le performance fisiche, violente e politiche del suo repertorio. Lo spettacolo, in lingua francese con sottotitoli in italiano, è atteso questa sera in prima nazionale al Fabbricone (ore 21).  Come è nata l'idea di portare in scena uno spettacolo per un attore non vedente?  «Un collega di Madrid mi ha chiesto di scrivere uno spettacolo per un attore cieco. Un'operazione non facile, che mi ha portato a cercare d'immaginare il suo buio, concentrandomi sugli altri sensi. Poi da questo primo soggetto è nato qualcos'altro: una pièce in tre parti, dove l'attore non vedente è la voce narrante e gli altri due performer (un'attrice che lavora con il corpo e un musicista) sono gli interpreti del suo mondo».  L'attore è in scena? E' un monologo?  «Non proprio. Del monologo questo spettacolo conserva la cifra intimistica, ma lo definirei piuttosto un lavoro performativo e sonoro, in cui trovano spazio anche l'arte e l'estetica. La terza parte è dedicata al ricordo della cappella Brancacci, alla sua descrizione e a una riflessione sull'espulsione dal Paradiso. Definirlo monologo è un po' riduttivo, ci sarà anche della musica live, la macchina teatrale è molto più complessa».  La morte è stata spesso oggetto dei suoi lavori, c'è spazio per questo tema anche in questo spettacolo?  «Penso che la morte sia una delle poche certezze dell'uomo. Tocca a tutti, prima o poi. La sua indagine è strettamente legata a quella della realtà, ma in questo spettacolo non c'è morte, c'è disagio, tristezza, privazione. Ho lavorato sulla cecità piuttosto. E il mio pubblico troverà questo spettacolo molto diverso dai miei precedenti. Più crudi, violenti, d'impatto. In altri lavori ho puntato sulla fisicità estrema, portato in scena la merda, le interiora, la morte e la vita. Stavolta ho voluto sperimentare, avvicinarmi alla poesia, senza effetti choc, puntando sulla parola e sul suono».  Questo spettacolo ha debuttato il mese scorso a Bruxelles, ma è stato preceduto da una nuova polemica degli animalisti, a causa della presenza in scena di alcuni granchi. Poi smentita. Ci saranno o non ci saranno i granchi in scena?  «Gli animalisti si sono allarmati inutilmente (sorride). I granchi ci saranno in un video, non sul palco, come presenza percettiva. Come saranno utilizzati altri oggetti sonori. Il loro significato nello spettacolo non lo svelo, ma non saranno soppressi nè maltrattati, per cui gli animalisti possono stare tranquilli».  Dove andrà lo spettacolo dopo Prato?  «Non abbiamo ancora fissato una vera e propria tournèe. A novembre saremo in Francia: prima dieci giorni a Parigi, poi Tolosa e poi Marsiglia. Per me far girare questo spettacolo è una scommessa, visto che è stato un esperimento e un lavoro di ricerca. L'ultima parola però spetta al pubblico...».

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