La manifestazione
Il padre della bambina voleva farsi giustizia da solo ma il fratello scappò dalla finestra del bagno
Abusi sulla nipote di dieci anni
Paolo Nencioni
◗
All’epoca degli abusi la bambina aveva appena dieci anniCondannato a nove anni un cinquantenne, era fuggito in Svezia
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PRATO. Non si è fermato nemmeno davanti a quello che era sangue del suo sangue, la figlia del fratello, di appena dieci anni. Ha approfittato dell'ospitalità e della fiducia che gli avevano concesso. Ora è stato condannato a nove anni di reclusione per abusi sessuali sulla nipote, così come aveva chiesto il pubblico ministero Eligio Paolini.
Il processo a porte chiuse a un nomade cinquantenne accusato di violenza sessuale si è concluso venerdì sera davanti al Tribunale presieduto da Ettore Nicotra e i giudici non hanno fatto sconti all'imputato, anche perché la vicenda è particolarmente grave. Nessun nome e nessun riferimento troppo diretto ai protagonisti della vicenda, per proteggere l'identità della minore. Basti sapere che i fatti si sono svolti nel maggio del 2008.
L'imputato è uno che entra ed esce dal carcere, ha qualche precedente per spaccio di droga («Sono uno spacciatore onesto» dirà durante uno degli interrogatori) e per reati a sfondo sessuale. Durante uno dei periodi di libertà chiede ospitalità al fratello che vive in un'abitazione di Prato. Qui viene accolto e mette subito gli occhi sulla nipote. All'inizio nessuno si accorge di niente, poi un giorno la madre della bambina sorprende il cognato mentre cerca di infilare le mani nelle mutandine della figlia e scoppia il putiferio. La donna avverte il marito, che cerca di farsi giustizia da solo, impugna un coltello e minaccia il fratello.
Quest'ultimo, vista la mala parata, riesce a chiudersi in bagno e di lì, uscendo dalla finestra riesce a sfuggire all'ira del fratello. Quando si avranno di nuovo sue notizie, il nomade cinquantenne è già in Germania (nel frattempo i genitori della bambina l'hanno denunciato). Si è rifugiato da una sorella che vive lì. Successivamente approderà in Svezia, dove vive un'altra sorella. Sembra che sia definitivamente sfuggito alla giustizia, contando sulla rete di amicizie e parentele, ma viene tradito dall'avidità.
Dalla Svezia, qualche mese dopo i fatti, telefona al fratello e anziché scusarsi o chiedere perdono, chiede soldi. «Con la tua denuncia mi ha rovinato - è il tenore della conversazione - Ora devi darmi dei soldi per vivere». Non è chiaro se il fratello gli faccia credere che metterà mano al portafoglio o se si prepara una trappola. Sta di fatto che di lì a pochi giorni il nomade ricercato dalla Procura si presenta a un varco di frontiera e viene arrestato, proprio perché è nella lista nera. Il resto si può immaginare. L'imputato passa qualche mese nel carcere della Dogaia e venerdì arriva la resa dei conti nell'aula al secondo piano del Palazzo di giustizia. Le accuse sono già pesanti, ma il pubblico ministero Paolini tira fuori una sentenza del Tribunale di Caltanissetta, che ha già condannato l'uomo per maltrattamenti in famiglia e abusi sulla ex moglie. Sembra che pretendesse di avere rapporti sessuali coi figli e sia stato scacciato, oltre che condannato. Un brutto soggetto, insomma, che per un po' non potrà allungare le mani sui bambini.
Il processo a porte chiuse a un nomade cinquantenne accusato di violenza sessuale si è concluso venerdì sera davanti al Tribunale presieduto da Ettore Nicotra e i giudici non hanno fatto sconti all'imputato, anche perché la vicenda è particolarmente grave. Nessun nome e nessun riferimento troppo diretto ai protagonisti della vicenda, per proteggere l'identità della minore. Basti sapere che i fatti si sono svolti nel maggio del 2008.
L'imputato è uno che entra ed esce dal carcere, ha qualche precedente per spaccio di droga («Sono uno spacciatore onesto» dirà durante uno degli interrogatori) e per reati a sfondo sessuale. Durante uno dei periodi di libertà chiede ospitalità al fratello che vive in un'abitazione di Prato. Qui viene accolto e mette subito gli occhi sulla nipote. All'inizio nessuno si accorge di niente, poi un giorno la madre della bambina sorprende il cognato mentre cerca di infilare le mani nelle mutandine della figlia e scoppia il putiferio. La donna avverte il marito, che cerca di farsi giustizia da solo, impugna un coltello e minaccia il fratello.
Quest'ultimo, vista la mala parata, riesce a chiudersi in bagno e di lì, uscendo dalla finestra riesce a sfuggire all'ira del fratello. Quando si avranno di nuovo sue notizie, il nomade cinquantenne è già in Germania (nel frattempo i genitori della bambina l'hanno denunciato). Si è rifugiato da una sorella che vive lì. Successivamente approderà in Svezia, dove vive un'altra sorella. Sembra che sia definitivamente sfuggito alla giustizia, contando sulla rete di amicizie e parentele, ma viene tradito dall'avidità.
Dalla Svezia, qualche mese dopo i fatti, telefona al fratello e anziché scusarsi o chiedere perdono, chiede soldi. «Con la tua denuncia mi ha rovinato - è il tenore della conversazione - Ora devi darmi dei soldi per vivere». Non è chiaro se il fratello gli faccia credere che metterà mano al portafoglio o se si prepara una trappola. Sta di fatto che di lì a pochi giorni il nomade ricercato dalla Procura si presenta a un varco di frontiera e viene arrestato, proprio perché è nella lista nera. Il resto si può immaginare. L'imputato passa qualche mese nel carcere della Dogaia e venerdì arriva la resa dei conti nell'aula al secondo piano del Palazzo di giustizia. Le accuse sono già pesanti, ma il pubblico ministero Paolini tira fuori una sentenza del Tribunale di Caltanissetta, che ha già condannato l'uomo per maltrattamenti in famiglia e abusi sulla ex moglie. Sembra che pretendesse di avere rapporti sessuali coi figli e sia stato scacciato, oltre che condannato. Un brutto soggetto, insomma, che per un po' non potrà allungare le mani sui bambini.
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