Il Tirreno

Prato

Il filo si è spezzato, i sarti sono rari

Barbara Burzi
Da sinistra, Francesco Guida e Vittorio D’Angelo Qui sopra, i due sarti con l’allievo giapponese Miyhira
◗
Da sinistra, Francesco Guida e Vittorio D’Angelo Qui sopra, i due sarti con l’allievo giapponese Miyhira

Le aziende cercano "campionaristi", ma questo mestiere è senza eredi

3 MINUTI DI LETTURA





 PRATO. Si fa un gran parlare del distretto della moda pratese quando nemmeno ci si proccupa di formare i giovani alle professioni chiave. In questo momento è la figura della cosiddetta "sarta campionarista" - colei o colui che cuce il prototipo di modello - a rappresentare l'anello più fragile del "fashion district", tant'è che le confezioni d'abbigliamento sono già in allarme. Non tanto per la crisi, ma per la difficoltà a reperire personale altamente qualificato sul mercato del lavoro a causa di mancanza di ricambio generazionale. Da qui a cinque anni, quando le ultime generazioni andranno in pensione, potrebbero servire centinaia di queste figure alla luce anche del fatto che le confezioni rappresentano l'unico segmento in crescita della filiera.  E' una figura professionale preziosissima e allo stesso tempo sempre più difficile da trovare: mentre giovani stilisti in grado di disegnare una collezione di abiti sul mercato si trovano (anche grazie alla presenza di scuole d'indirizzo),il numero di tecnici capaci di trasformare un modello in prototipo è sempre più vicino a zero. Complice anche il fatto che le nuove generazioni si stanno dimostrando meno interessate a imparare un mestiere di alto valore artigianale, nonostante sia ben retribuito. Per una campionarista che cuce a macchina le ditte sono disposte a pagare - senza batter ciglio - 2.000 euro al mese potendo arrivare, nel caso in cui si tratti di un sarto artigianale, anche a più del doppio.  Proprio ago e forbici hanno fatto la fortuna dei maestri sarti della Montezemolo di Prato (nello staff anche un giapponese). Entrambi si occupano di cucire abiti su misura per clienti che amano indossare capi della più autentica produzione made in Italy. Si tratta di Francesco Guida e Vittorio D'Angelo, tutti e due sessantenni con alle spalle oltre quarant'anni di lavoro durante i quali si sono fatti d'oro. Si sa che l'uno ha vinto persino il prestigioso premio "Forbici d'oro" 2006 rilasciato al migliore sarto italiano mentre l'altro, prima di approdare a Prato ha lavorato per vent'anni nella Maison Dior annoverando tra i suoi più affezionati clienti l'ex presidente francese Jacques Chirac. «Sono le persone che in azienda percepiscono il compenso più alto - racconta Lorenzo Guazzini titolare della Montezemolo e presidente dei Giovani industriali - Ogni giorno mi pongo il problema di come fare a sostituirli quando andranno in pensione perché i giovani non vogliono più imparare a fare questo mestiere: specializzarsi richiede tempo e fare il ragazzo di bottega è poco remunerativo. Del resto, quello del sarto è un mestiere che s'impara solo sul campo e prima di raggiungere buoni livelli passano almeno 3 anni. Purtroppo non esiste uno strumento legale che mi consenta di fare scuola in azienda mettendo a disposizione struttura e personale qualificato per insegnare alle giovani leve il mestiere. Il tirocinio è l'unica forma possibile, ma non è sufficiente perché non può essere rinnovato alla stessa persona per oltre sei mesi. Nemmeno l'apprendistato risponde alle esigenze delle imprese poiché è un contratto retribuito e non è concepibile pagare un ragazzo - salvo un rimborso spese - che prima di molto tempo non può essere operativo». Lo stesso problema l'aveva sollevato all'Unione Paolo Crocetta, socio della confezione Cunningam. «Sappiamo che finita questa generazione di sarti non ci sarà sul mercato un ricambio - dice - Per questo l'anno scorso, dietro nostro imput, l'Unione industriale aveva tentato di mettere in piedi con la Fil un corso di formazione mai andato a buon fine per lo scarso numero di adesioni».  Ne sa qualcosa Cristina Dellabella, modellista e socia della scuola di moda Oltremari Loretta, dove da tre anni manca dall'elenco dei corsi attivi proprio quello di tecnica sartoriale, tolto prima ancora che la Regione Toscana eliminasse la qualifica professionale. «Avevamo smesso di farlo perché non riscuoteva interesse - spiega la modellista - Da un po' di tempo stiamo pensando di riproporlo: non passa giorno in cui non riceviamo richieste di campionariste da aziende di Prato e non solo».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa