La manifestazione
La Jolanda furiosa ha nome e cognome di un editor pratese
Barbara Burzi
◗
Alberto Gelsumini, editor per la Mondadori 5 MINUTI DI LETTURA
PRATO. Il suo nome poteva spiccare in libreria accanto a quelli dei più noti autori italiani, visto che di fantasia e padronanza nell'uso della penna ne ha da vendere. Se non fosse che Alberto Gelsumini, pendolare tra Prato, la sua città, e Milano, dove si è professionalmente realizzato come editor per Mondadori, la soddisfazione più grande l'ha trovata dietro le quinte. È qui che si decide tutta una serie di strategie di comunicazione dalle quali dipendono le sorti di un libro. In occasione di un suo recente ritorno in città (ad aprile aveva fatto capolino accompagnando Fabio Volo al Politeama per la presentazione de "Il tempo che vorrei"), gli abbiamo chiesto di svelare come nasce un bestseller. L'artefice di titoli ai vertici delle classifiche quali "La Jolanda furiosa" di Luciana Littizzetto, rivela segreti che invitano a mettere da parte un po' di romanticismo. Perché al contrario di quello che si potrebbe pensare, dietro un bel libro, oltre a uno scrittore, c'è molto di più. «C'è un lavoro a priori del testo basato prevalentemente su una negoziazione con l'autore». Gelsumini entra subito nel vivo del discorso cominciando a fare chiarezza sul ruolo dell'editor. «Si tratta di una figura centrale nell'editoria - spiega - è colui che si assume la responsabilità del libro occupandosi innanzitutto dell' acquisizione di un autore: dopo aver selezionato le proposte più interessanti di scrittori noti e sconosciuti, gli si propone un contratto con la casa editrice. Personalmente mi occupo in particolare di convincere i "non scrittori", quei personaggi noti che provengono da altri settori come lo spettacolo, la radio, la televisione o altro, a scrivere un libro». In questi casi quanto pesa sul risultato finale la penna dell'editor rispetto a quella del "non scrittore"? «Dipende. E' sempre un lavoro di mediazione. Quando mi avvicino a un personaggio noto per convincerlo a scrivere un libro cerco di fornirgli uno spunto sul quale lavorare e un'idea da sviluppare. Se accetta, si lavora insieme sul testo. Poi c'è una procedura di editing formale, uguale per tutti, che serve a eliminare i refusi e a limare la bozza. Il titolo lo decido io, anche se l'ultima parola spetta sempre allo scrittore, il quale non è sempre ragionevole...». Può farci qualche esempio di queste pubblicazioni? «I libri di "Amici" nascono da una proposta che ho fatto ai due autori del programma: gli ho suggerito una storia sotto forma di fiction ispirata ai personaggi della trasmissione. Per il successo avuto sono stati i concorrenti di Moccia sulla piazza. Poi, tra gli altri, mi vengono in mente "Una giornata nell'antica Roma" di Alberto Angela, "2012: la fine del mondo?" di Roberto Giacobbo, il conduttore di Voyager e "Un romantico a Milano" del leader dei Baustelle, Francesco Bianconi. In uscita ci sono le favole del Gabibbo e il libro di "Focus"». L'abbiamo vista al Politeama al seguito di Fabio Volo che presentava "Il tempo che vorrei". E' una sua creazione? «Fabio Volo non l'ho scoperto io perché quando sono arrivato in Mondadori aveva già un contratto con la casa editrice. Lui è l'esempio lampante di quello che si definisce un fenomeno letterario: ha venduto in tutto 4 milioni di copie, una cifra enorme. I suoi testi passano da me, ma è lui stesso a scriverli basandosi anche su fatti autobiografici. Il titolo de "Il tempo che vorrei" è una mia idea, mentre la foto di copertina è opera sua». Qual è il prodotto di cui va più fiero? «La "Jolanda Furiosa" di Luciana Littizzetto è un titolo che mi ha dato grandi soddisfazioni. Oltre ad andarne fiero, ha avuto molto successo». Com'è aver a che fare con personaggi dello spettacolo? «Sono capricciosi come le donne (ride ndr). Ognuno pretenderebbe un trattamento esclusivo. Mi è capitato anche di rispondere al telefono nel cuore della notte per rassicurare un autore su una scelta che riguardava il testo. Si fa perché si crea un rapporto che va oltre quello formale». La sua creatività consiste dunque nel saper imbastire un prodotto su misura da far indossare a qualcun altro. Le capita di fare anche da ghost writer? «Non a me. Ci sono casi in cui, come accade spesso per le autobiografie, il personaggio non ha voglia di scrivere e si rivolge a uno scrittore fantasma: i due passano insieme del tempo, mentre il ghost writer registra le conversazioni. Poi, le mette per iscritto, dà una struttura al testo e infine, lo fa leggere al protagonista. Se si vuole rivelare il suo nome, lo si indica all'interno del libro sotto la formula "con", altrimenti, resta segreto per sempre». Quali sono le variabili che influiscono maggiormente sul successo di un prodotto editoriale? «Tutto il processo di publishing che comincia dall'idea e finisce con il confezionamento del libro. In particolare, titolo, copertina e data d'uscita: si riflette sempre sul lancio di un'edizione perché, ad esempio, il programma di Fazio che finisce a giugno, è ritenuto fondamentale per la promozione del libro». La sua non è una responsabilità da poco. Che cosa succederebbe se l'intuizione avuta non desse i risultati sperati? «Nell'industria culturale in genere non si sa mai se quello che si va a creare avrà successo oppure no. Però, se le cose vanno male, la colpa ricade sempre su di me, è già successo che autori si siano lamentati delle basse vendite dando la colpa alla scelta del titolo o al formato della copertina. Un rischio da correre? Sempre meglio che lavorare. Si dice riferendosi al mestiere di giornalista, ma credo che possa valere anche nel mio caso, visto che vengo pagato per fare ciò che più mi piace».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
