Sicurezza
Voci dai capannoni I lavoratori cinesi reclusi e spaesati
Valentina Ceccatelli
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Confezione cinese In alto a destra lavoratori in un capannone dopo un blitz 3 MINUTI DI LETTURA
PRATO. La presenza cinese sul territorio pratese ormai è una realtà radicata, il 57% degli stranieri residenti a Prato ha origini asiatiche, di cui il 43% sono cinesi. Eppure, di gran parte di loro, non si è mai sentita la voce. Soprattutto di chi passa giorni e notti a lavorare nei capannoni. Il libro curato da Graeme Johanson, Russell Smyth e Rebecca French, e presentato ieri nella sua versione italiana alla Monash, getta un po' di luce sulla vicenda. "Oltre ogni muro - I cinesi di Prato" è una ricerca sulla vita della comunità cinese a Prato, cui hanno collaborato ricercatori australiani, cinesi e italiani. L'opinione pratese sulla comunità cinese è nota, ma è impressionante vederla tradotta in numeri: il 27% degli intervistati ritiene che i cinesi portino via il lavoro ai pratesi, il 18% che non si integrino con la comunità locale. Per il 62% i cinesi sono un peso per l'economia pratese; solo l'1,8% trova che siano un'opportunità per la nostra area. I problemi maggiori restano il mancato rispetto della legge italiana, rumore e sporcizia di abitazioni e industrie e l'evasione delle tasse. Ma il merito principale di "Oltre ogni muro" è di dare voce per la prima volta ai tanti, oscuri lavoratori cinesi, spesso clandestini. La maggior parte dei cinesi di Prato lavora nell'industria dell'abbigliamento, e la stratificazione sociale da imprenditori e dipendenti è molto marcata, con le sole eccezioni dei titolari di imprese più piccole e dei lavoratori autonomi. Gli operai vivono e lavorano nei laboratori e i colleghi sono l'unico gruppo sociale cui possono riferirsi. Dal libro si scoprono cose che resterebbero altrimenti ignote, come la cattiva informazione sul futuro luogo di lavoro e sulle condizioni che avrebbero trovato una volta giunti a Prato. Operai che in Cina erano specializzati si trovano a dover svolgere compiti che non sono i loro: il capitolo "Persi in territori stranieri" parla di un caso in cui un operaio si è dovuto adattare a un nuovo lavoro passando i primi sei mesi come apprendista senza guadagnare nulla e venendo punito dal datore di lavoro ad ogni errore commesso. Per lui era una situazione fuori dalla normalità. Molti di loro erano contadini e qui si trovano completamente spaesati e privi di ogni riferimento sociale: non hanno contatti col mondo esterno, con la società italiana, ma spesso nemmeno con quella cinese, essendo costretti a vivere chiusi nei laboratori. Ora - dice un intervistato - è peggio di quando erano contadini, perché non solo non coltivano più, ma non sono nemmeno considerati operai a tutti gli effetti: solo forza lavoro. Dall'altro lato ci sono i cinesi di seconda generazione, nati a Prato, che parlano correntemente sia il cinese che l'italiano. Anzi: il pratese. Molti di loro hanno amici italiani, hanno frequentato la scuola e aiutano i genitori nelle loro attività, ma sanno di avere «più possibilità per il futuro di quelle che hanno avuto loro». L'immigrazione di massa a Prato è un fatto relativamente recente, e le scosse di assestamento sono ancora violente, ma il fattore umano non va sottovalutato: le amicizie che nascono a scuola, la nascita di associazioni come "Associna", le cosiddette "coppie miste", formate da partner italiani e cinesi, sono passi nella giusta direzione.
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