La manifestazione
Dieci donne per una ditta che non molla
Ma.La.
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Giuseppe Di Arcadipane titolare dellaspatura Arcade a una macchina della sua ditta Sembrava un mestiere destinato all'estinzione. «E invece ho pure assunto»
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PRATO. Ormai si contano sulla punta delle dita. Del resto, si tratta di una lavorazione molto particolare. La prima a rimetterci quando l'industria dei filati accusa qualche scossone. Lo sa bene Giuseppe Di Arcadipane, titolare dell'aspatura Arcade, che ha sempre lavorato per i big del filato pratese della maglieria. Qui, in questo capannone di via del Lazzeretto, stazionano trame di filato, che si avvolgono dal fuso all'aspo e formano matasse pronte per le successive fase di lavorazione, come la tintura. Qui c'è lavoro almeno fino all'estate. Poi, si vedrà. A far girare le macchine pensano 10 lavoratrici, tutte donne con la qualifica di "aspatrici". Non un mestiere condannato all'estinzione, anzi. «Ho riassunto due persone di recente proprio per far fronte alle richieste numerose della clientela», fa sapere Giuseppe. Il suo è un caso un po' particolare perché a differenza di altre aziende di aspatura (una decina a Prato), abbiamo di fronte una realtà piuttosto strutturata con una decina di dipendenti, non a conduzione a familiare. Giuseppe l'ha tirata su nell'arco dei 10 anni, dal 2000 ad oggi: un'impresa giovane con un titolare quarantenne. «Per andare avanti ho preferito puntare sulla velocità del servizio alle aziende. Diciamo che quando mi passano un ordine - ironizza l'imprenditore - Faccio un po' il cinese». Il 2009 comunque gli ha inferto una bella batosta: Di Arcadipane ha avuto difficoltà per le vicissitudini societarie di una nota azienda pratese produttrice di filati, suo committente per il 90% della produzione. «Meno male che sono riuscito a compensare la perdita trovandomi altri clienti», racconta l'artigiano. La dimostrazione che quando si spezza un anello della filiera a monte, i terzisti sono i primi a scontarne le conseguenze.
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