Proteste
La scienziata Margherita Hack parla di Prato, dellintegrazione dei cinesi, delleconomia
La via d'uscita è nella ricerca
Fabiana Masi
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Lastrofisica Margherita Hack «Da ragazzina partivo da Firenze per venire qui a fare le gare d'atletica»
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PRATO. Margherita Hack, una delle menti più brillanti della comunità scientifica internazionale e straordinario spirito libero del nostro tempo, è in questi giorni a Prato, dove giovedì scorso nell'auditorium del liceo Rodari, ha presentato il suo ultimo libro "Libera scienza in libero stato". La incontriamo nel suo albergo la mattina successiva al vero e proprio bagno di folla della sera precedente, quando, come fosse una rock star, dopo applausi scroscianti, è stata presa d'assalto da una marea di ragazzi in cerca di un autografo e di una foto con lei. La professoressa Hack si presenta all'intervista disponibile e sorridente, sfoggiando un look sportivo, da far invidia a una ventenne: scarpe da ginnastica, pantaloni, t-shirt nera a maniche corte, tanto che si fa fatica a pensare che tra un poco meno di un mese, il prossimo 12 giugno, compirà la bellezza di 88 anni. Professoressa Hack conosce Prato? «Il mio primo ricordo di Prato è legato allo sport. E' qui che a 18 anni, nel 1940, ho fatto la mia prima gara agonistica di atletica. E, poi, a Prato ero solita venire in bicicletta durante l'estate. Erano le mie gite brevi, Prato e Pistoia. Partivo da Firenze verso le otto e mezza al mattino, mangiavo un panino e poi in sella alla bici. A mezzogiorno ero di nuovo a Firenze». Che cosa le piace della nostra città? «Mi è sempre rimasto impresso il Duomo, insieme a quello di Pistoia, sono molto belli». Come vede cambiata Prato adesso che ci ritorna dopo tanti anni? «E' cresciuta molto. Ora Prato è più una metropoli, ma noi fiorentini si fa fatica a considerarla così». Avrà sentito parlare dei problemi dell'immigrazione, soprattutto cinese, e d'integrazione con i quali Prato si trova a confrontarsi in questi ultimi anni. La sua opinione? «Dell'immigrazione se ha bisogno ed è necessario essere più accoglienti con gli immigrati. Fino a cinquant'anni fa siamo stati un popolo di emigranti. Negli Stati Uniti gli italiani erano considerati sporchi, brutti e ladri. Ce n'è voluto di tempo per l'integrazione. So poi che la comunità cinese è molto chiusa. Peccato perché i cinesi, insieme agli indiani, hanno una straordinaria propensione per le materie scientifiche, una qualità che potrebbe essere sfruttata per la ricerca». Secondo lei cosa può aiutare il distretto ad uscire dalla crisi? «Prato ha basato tutta la sua economia sul tessile. Penso che la ricerca, la conoscenza di novità possa aiutare a diversificare. Un po' come ha fatto il Giappone dopo la seconda guerra mondiale: investendo moltissimo in ricerca scientifica, è riuscito a diventare una super potenza. Ed è partito dal nulla». Dal 2000 a Prato esiste il Museo di Scienze planetarie. Lo conosce? Cosa ne pensa? «Certo ci sono stata un paio di volte. Penso che rappresenti un bel modo per avvicinare i ragazzi alla scienza, ma ritengo che ci dovrebbe essere un contatto molto più stretto con l'università. E' un grande laboratorio che andrebbe sfruttato maggiormente. La scienza, anche se non ha risultati immediati, è estremamente formativa, perché prepara il substrato attraverso il quale un paese si sviluppa».
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