Il Tirreno

Prato

Un piano per rilanciare il distretto

Barbara Burzi
Riccardo Marini, presidente dell’Unione industriale
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Riccardo Marini, presidente dell’Unione industriale

Marini: «Serve un'intesa bipartisan, unità d'intenti di categorie e istituzioni»

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 PRATO. Nei progetti del presidente degli industriali Riccardo Marini, se verrà riconfermato per altri due anni, c'è una strategia per fare di Prato un territorio appetibile dagli investitori che vengono da fuori. Due i nodi da sciogliere prima di ricominciare a costruire un economia «basata sulla produzione»: l'illegalità e i prezzi - "lievitati" - dei capannoni. Di questo parlerà domani nel corso dell'assemblea intitolata "Prato, Toscana, europa: scommettere sul manifatturiero".  Che cosa prevede il suo piano per il distretto?  «Ho un'idea molto precisa che esporrò domani in occasione dell'assemblea annuale. So che l'unica cosa da fare è continuare a scommettere sul manifatturiero perché se c'è una prospettiva per il distretto, è nel ritorno a un'economia della produzione che crei posti di lavoro. Credo che Prato abbia ancora delle possibilità legate sia al proprio core-business, costituito dal tessile-abbigliamento tradizionale, che ad altri settori come il tessile tecnico o quello delle energie alternative. L'importante è rimanere con i piedi per terra facendo tutto secondo le nostre capacità».  Domani si confronterà con il presidente della Regione Enrico Rossi che ha già annunciato di voler perseguire la strada dell'integrazione tra le due filiere, cinese e italiana. C'è già un'intesa tra voi?  «Con Rossi ci sono già stati diversi contatti e mi fa piacere che sia orientato a intraprendere questo percorso che io stesso avevo individuato per primo. Se vogliamo veramente mettere in piedi questo piano, ci sarà bisogno dell'apporto di tutti gli attori del mercato, di un'intesa bipartisan tra le istituzioni, dell'impegno delle associazioni di categoria e dei sindacati: dev'esserci allineamento su tutti i fronti. Ho parlato di piano Marshall in modo provocatorio perché la situazione è tale da richiedere un impegno di forze, attenzioni e risorse, straordinario».  Quali sono i principali ostacoli da rimuovere?  «L'illegalità è la prima cosa da combattere. Se non interveniamo al più presto su questo fronte, ne andrà di mezzo l'immagine dei lavoratori pratesi, un tempo associata ai cenciaioli e oggi, ai cinesi che non rispettano le regole».  Ha già una strategia in mente per risollevare l'immagine del distretto?  «Affinché la nostra area possa attrarre investimenti anche da fuori bisogna fare in modo che diventi interessante, per questo servono infrastrutture adeguate e un mercato immobiliare più appetibile. Occorre riportare le quotazioni dei capannoni su prezzi di mercato più competitivi, al pari di quelli di altre città d'Italia. La presenza dei cinesi ha infatti contribuito a far impennare i prezzi degli stanzoni, per i quali le imprese orientali sono disposte a pagare più del doppio del valore facendone uso sia lavorativo che abitativo».  Quando parla di infrastrutture a quali si riferisce particolare?  «Aeroporto, interporto, centro espositivo polifunzionale e metropolitana di superficie: serve il progetto di una viabilità capace di mettere in connessione Prato con le principali arterie nazionali».  Ci sono già stati contatti con aziende potenzialmente interessate a investire su Prato?  «C'era stata una proposta del gruppo Inditex (società che produce il marchio Zara ndr) che poi ha fatto un passo indietro. M'immagino che una società diffusa in modo capillare in tutto il mondo, possa aver desistito dal legare la propria immagine a un territorio che opera in parte nell'illegalità. L'interesse però c'è, non è escluso che in futuro, se le cose cambieranno, possa esserci un ripensamento».

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