Il Tirreno

Prato

Note a margine della città

Valentina Ceccatelli
Il gruppo dei Cammelli Belgi
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Il gruppo dei Cammelli Belgi

Cresce un'onda musicale, ecco le band pratesi emergenti

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 PRATO. Prato ha sempre fatto rumore, che si tratti di telai o di chitarre elettriche. È una città con un sottofondo continuo, mai completamente silenziosa, sempre in agitazione. È la città dei Baby Blue, dei Porto Flamingo e delle Apple Juice; parlare di tutti i gruppi che nascono e si sciolgono qui è un'impresa ardua. E' la città del Cencio's che fu, del ControSenso e del Capanno BlackOut. Ha le sue sale prove ed i suoi locali, le sue band le sue radio, da RadioGas a Radio Blu, ma continua a concepirsi solo come distretto industriale.  «Da poco Prato ha iniziato a vedere se stessa al di fuori del tessile» dice Simone, il batterista dei Cammelli Belgi. «Con questa crisi ha dovuto reinventarsi, ed ha cominciato a guardare ad altro. Le occasioni per suonare sono un po' aumentate. Ci sono tantissimi gruppi qui».  I Cammelli Belgi sono una delle realtà folk-rock più conosciute di Prato: all'opera dal 2002, contano 6 membri («e siamo gli stessi da sempre»): Simone alla batteria, Silvia alla voce, Christian al violino, Filippo al basso, Andrea alla chitarra solista, Luca alla chitarra ritmica e all'armonica. Si chiamano così per colpa di un corriere: «Stavamo suonando in sala prove, circa otto anni fa, ed è arrivato un corriere con un pacco per i Cammelli Belgi. Noi non avevamo ancora un nome, e ci siamo presi quello... insieme al pacco! Non l'abbiamo ancora aperto, e probabilmente c'è un gruppo in giro che lo sta ancora aspettando. Diciamo che ci siamo conosciuti nell'ambito scolastico, così semplifichiamo. In realtà è stato più un insieme di amicizie e di amici di amici che ci ha riunito tutti». Debuttano proprio sul palco di quel Cencio's che, per anni, ha rappresentato il locale più importante di Prato per chiunque avesse intenzione di fare musica, e finiscono poi a suonare al Black Dog Rock Festival in provincia di Bologna, all'Exenzia club di Prato e in molti altri locali dentro e fuori Toscana. Da poco è uscito il loro primo disco: "Gugliel Motel", assicurano che per trovare il titolo ci sia voluto «un certo impegno». «I locali a Prato ci sono anche, ma manca qualche altro evento o festival un po' più in grande, oltre a quelli che già esistono, magari patrocinato dal comune. Questa è una città molto musicale, ma sono correnti del sottosuolo che vanno tirate fuori come meritano».  Stessa problematica sottolineata anche dai Nausea: «Le occasioni per suonare sono poche, e spesso devi organizzartele da solo. Oserei dire che si stava meglio quando si stava peggio», sogghignano arroccati in sala prove, in via Genova. Sul loro sito si definiscono sperimentali/psichedelici/metal, dovendo sottostare alle rigide classificazioni di MySpace, ma l'immagine di un grosso schiacciasassi rabbioso è probabilmente più evocativa. I Nausea veri e propri sono tre: Simone al basso, Daniele alla batteria e Filippo alla chitarra e voce. «Ma con noi ci sono anche i Nauseati... non suonano in tutte le canzoni: sono la parte più sperimentale». Si tratta di Eleonora al violoncello, Igor alla farfisa e Daniel al sintetizzatore. Sono partiti da Prato e sono riusciti ad esibirsi praticamente in tutta la penisola: Ferrara, Rovereto, Vicenza, Treviso, Arezzo, Bologna, Ravenna, Torino. Ad agosto li aspettano a Palermo. Da poco è uscito il loro primo full-lenght: "Tenia", l'ultimo di quattro lavori, il primo ha visto la luce nel 2004. «L'importante - sottolinea Daniele parlando della loro musica - è riuscire a scombinare le carte».  E scombinare le carte sembra essere l'obiettivo dei Topsy the great, trio relativamente recente composto da Alessandro al basso, Emanuele alla chitarra e Bob alla batteria, tutti e tre provenienti da altri progetti abbastanza conosciuti (Just Dogs, Funny noise). Niente voce? «Niente voce, tutto strumentale. Eravamo stanchi di sentirci vincolati alla struttura strofa-ritornello-strofa, alle accordature o alla lunghezza di un brano - spiega Alessandro - Io e il chitarrista, Emanuele, abbiamo deciso di mettere su qualcosa dopo l'ultimo concerto della sua vecchia band. Volevamo fare qualcosa che bucasse le orecchie, poi ci ha contattato anche Bob», ammette con un mezzo sorriso soddisfatto. E la reazione del pubblico? «Spesso si aspettano che qualcuno canti, molti restano spiazzati». Bob annuisce convinto: «E' quello che vogliamo!». Gli spazi sono un problema anche per loro: sebbene di recente formazione hanno già all'attivo un primo Ep, recensito positivamente anche da Firenze Underground, ma stentano a trovare aperture: «I locali spesso sono settoriali, per quello che suoniamo noi c'è poco posto». Quello che suonano è il rumore della città stravolto, elettrificato e reso musica dalle ritmiche ossessive, perché «non necessariamente il rumore dev'essere sempre considerato rumore; riuscendo a svincolarsi dalla regolarità strumentale vengono fuori possibilità che non avresti mai valutato. È come percorrere al contrario la strada che fai tutti i giorni: trovi molte cose nuove».  I Secret Lane invece un cantante ce l'hanno, ma l'hanno cercato per anni prima di trovarlo. «Non è stato facile trovare la voce che ci serviva, ma nel frattempo scrivevamo i pezzi - assicurano - Per essere al completo ci abbiamo messo quasi 7 anni». Sono l'unico gruppo che, alla fatidica domanda: "Che genere fate?" rispondono subito: «Hard rock. Anzi, no, A.O.R.». Che sarebbe? «Adult Oriented Rock! Oppure Album Oriented Rock... non facciamo altro che registrare!». I Secret Lane sono Marco alla batteria, Niccolò e Alessandro alle chitarre, Luca al basso e Leonardo alla voce. «Oggi Niccolò non c'è, è a Roma a presentare il suo libro di poesie». Però. Hanno trovato rifugio in quello che era il negozio di attrezzature subacquee del padre di uno di loro, e l'hanno trasformato nella loro tana: qui suonano, provano, registrano. «I luoghi di aggregazione e i locali ci sono, anche se passato un certo orario non si può più suonare. Il problema è che spesso si preferisce la quantità alla qualità, andando a cercare cover band che, sicuramente, portano più pubblico e soldi di una band originale. Raramente ti pagano quando vai a suonare, e questo impedisce di intraprendere seriamente la carriera di musicista. La cultura musicale a Prato c'è, anche se ultimamente segue più la moda che la musica. Andrebbe rivitalizzata, dovrebbe avere più spazi». Leonardo annuisce dopo essersi appropriato del divano: «Dovremmo ricominciare tutto da capo, allontanare i ragazzini dalla tv e fare come negli Stati Uniti, dove la musica è una materia scolastica vera e propria. Qui vanno di moda i dj set, ma tutti sono bravi a mettere dischi: mettigli una chitarra in mano e vedrai che non sapranno cosa farsene. La musica, alle feste, da protagonista si è trasformata in sottofondo». La soluzione che propongono è di riportare la musica nelle scuole: «C'era il BancoRock, adesso è chiuso per mancanza di fondi. Era un buon progetto, dava assistenza ed occasioni agli studenti con una band. Andrebbe recuperato».  Anche gli AltroSuono sono d'accordo nell'ammettere le difficoltà di diventare musicisti di professione, per motivi analoghi. Sono Luca alla chitarra, voce e violino, Federico al basso, Matteo a batteria e percussioni, Lorenzo alla chitarra solista e Alessandro alla cornamusa e flauti; nascono nel 2006 e, col tempo, affinano un rock con pesanti influenze celtiche, arrivando anche a suonare all'Irlanda in festa, uno dei maggiori festival di musica folk a Firenze. Cantano in inglese e in latino, dallo zaino che Alessandro si porta dietro sbuca di tutto. «Oggi mi sono portato poche cose, suoniamo in acustico. Quando suoniamo in elettrico ne ho di più, compresa una cornamusa che fa molto rumore. Ma qui non posso portarla, rimbomba», spiega indicando il soffitto della sala prove. Cosa impedisce alla musica di espandersi a Prato? «I pratesi», ridono, poi tornano seri: «Mancano informazioni e coordinamento: servirebbe un'organizzazione di rete fra istituzioni, associazioni, locali e scuole. Ci sono locali dove si potrebbe suonare, ma restano sconosciuti. Spesso il pubblico è composto solo da musicisti di altre band. Se ci fossero più informazioni potremmo tirare fuori qualcosa di buono. Qui spesso se non suoni cover non ti chiamano nemmeno. In questo senso Prato è molto commerciale. E ovviamente non ti pagano». Lorenzo, l'ultimo arrivato, è alle prese con gli spartiti. «Va bene se faccio così?», chiede perplesso. Poi suona senza fare una piega e non manca una nota.  I Mum drinks milk again, infine, sono uno dei fiori all'occhiello della musica in questa città. Duo formato da Luca alla batteria e Michele a chitarra e voce, hanno scritto sul loro sito che si sono conosciuti perché Luca, col suo motorino, si è schiantato contro la Polo di Michele e «ovviamente hanno deciso di suonare insieme». «Ci chiedono tutti se è vero». E voi cosa dite? «Gli diciamo di sì». Suonano come una locomotiva lanciata a tutta velocità su un binario tutto curve, si definiscono Jet Rock, sono approdati anche sul palco dell'Heineken Jammin' Festival. «Il problema della musica è nazionale. C'è una grande ignoranza sull'arte contemporanea in questo paese, considerando anche la musica come arte. Non c'è interesse, manca la curiosità, le cosiddette novità sono copie di quello che esiste già. Vantiamo il più grande patrimonio artistico d'Europa, ma ci siamo fermati a 400 anni fa. Ci vorrebbe più voglia di ascoltare. Quando suoniamo noi facciamo una performance». In due riempiono il palco, e non solo di suoni. Anche questo rientra a pieno titolo nell'arte moderna. Sono uno dei pochi gruppi di Prato ad avere un'agenzia che cura l'aspetto live (la BookingAlive) e sono riusciti a farsi sentire praticamente ovunque.  Prato è una città musicale, difficile definire di che musica si tratti, qui si suona di tutto. E se adesso i telai purtroppo tacciono, ci restano almeno le chitarre elettriche.

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