Il Tirreno

Prato

I giovani pratesi bocciano il distretto

Valentina Ceccatelli
Michele Del Campo
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Michele Del Campo

Del Campo, direttore Fil: «Chiuso e senza sbocchi. Ricorda "Cenci in Cina"»

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 PRATO. Il mercato del lavoro è chiuso da una diga, si deve scegliere se lasciarla chiusa o romperla. Se si deciderà di lasciarla chiusa diventerà uno stagno: nessuno entra e nessuno esce. Fuori di metafora è questa la situazione di Prato denunciata dai giovani. La loro analisi del distretto, realizzata anche grazie all'aiuto di Michele Del Campo, direttore Fil, è semplice quanto disarmante.  Ma soprattutto e ricorda un po' la storia di Cenci in Cina: i nonni hanno creato la fabbrica, i genitori l'hanno portata avanti, i nipoti si sono infilati i soldi in tasca e non hanno pensato a nessun investimento a lungo termine che potesse portare avanti la rete del lavoro. Così il distretto di è inaridito. Fatto sta che la filiera è stata allungata, ma non dai pratesi: le competenze che prima appartenevano alla città sono state acquisite da altri, che da subfornitori sono diventati committenti, e i giovani sono stati tagliati fuori da quello che era un meccanismo di passaggio di competenze genitori-figli. Tanto è vero che «Negli annunci di lavoro per il tessile vengono richieste competenze talmente specializzate che un ragazzo non può nemmeno presentarsi» sottolinea Leonardo, studente universitario pratese. Il mercato è stagnante proprio in questo senso è molto più facile che vi rientri un lavoratore messo in mobilità che un giovane: il lavoratore estromesso ha già le competenze richieste, incide meno sui costi dell'azienda, mentre un giovane al suo primo impiego nel settore dev'essere formato e inizierà a produrre più tardi. E' ovvio su chi ricadrà la scelta. Le richieste, seppure giuste, di ammortizzatori sociali da parte dei sindacati e l'interesse degli imprenditori a contenere i costi chiudono il cerchio e il mercato, rendendo la ricerca del lavoro una vera e propria guerra fra genitori e figli. Dall'altro lato, i figli non sono più visti come un'assicurazione per il futuro, ma come un vincolo a cui non si sa cosa poter offrire: i giovani con una laurea difficilmente hanno la possibilità di restare in città ed applicare alla realtà ciò in cui sono preparati, i numeri lo dimostrano: su un campione di 100 lavoratori 70 hanno la licenza media, 23 il diploma e solo 7 la laurea. Questo si spiega con l'attaccamento della città alla tradizione: Prato è una città che non fa ricerca e punta poco sull'innovazione, sebbene qualcosa adesso cominci a muoversi. L'università dovrebbe avere in ruolo attivo in questo campo, rendendo i giovani appetibili non più come consumatori, ma come lavoratori: meno accademia e più pratica, quindi, e pratica legata alle richieste lavorative del territorio. Così come l'industria dovrebbe essere più lungimirante negli investimenti per trovare un punto d'incontro con le capacità delle nuove generazioni. È una sfida difficile, ma è l'unico modo per evitare una "fuga di cervelli" in scala ridotta: tutta pratese.

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