Il Tirreno

Prato

I giovani cinesi rampanti sfidano i "bamboccioni" cresciuti nella ditta di papà

Barbara Burzi
Ragazze a uno stand di Milano Unica
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Ragazze a uno stand di Milano Unica

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PRATO. E' possibile rilanciare il distretto facendo leva sulla rete di relazioni che si può creare tra giovani imprenditori pratesi di nazionalità italiana e cinese? A rispondere ci ha provato la ricerca realizzata da Prato Futura, con il contributo della Camera di commercio. Ne esce un'analisi su stili di lavoro diversi tra le due realtà, dove il fenomeno dei "bamboccioni" è più tipicamente made in Italy: gli imprenditori italiani iniziano la loro attività d'impresa in età più avanzata rispetto ai cinesi e molto spesso, lo fanno entrando nell'azienda di famiglia. Lo studio è stato condotto da Daniela Toccafondi e Matteo Corsetti sulla base di 257 interviste ad altrettanti giovani imprenditori italo-cinesi. «Da tempo si parla di irrigidimento del mercato del lavoro con una situazione generale che vede diminuire sempre di più il numero di persone che vogliono mettersi in proprio - spiega Toccafondi - il sistema ha frenato la caduta proprio grazie alla nascita di nuove imprese create da famiglie di immigrati: è giunto il momento di capire se nella relazione tra queste due realtà sia possibile dare un nuovo impulso al territorio».  Il manifatturiero tiene grazie ai cinesi.L'aumento delle confezioni da sette anni a questa parte è il primo dato che emerge dallo studio: mentre le imprese tessili nella provincia di Prato sono diminuite del 35%, le confezioni (a conduzione cinese per il 90%) hanno registrato un'impennata dell'82%. «Le confezioni sono aumentate anche perché erano carenti nel numero - osserva Carlo Longo, presidente Cciaa - i cinesi sono stati innovativi nell'intercettare questa necessità». Nello scenario globale l'imprenditoria giovanile si è sensibilmente ridotta nel numero in particolare nel tessile, dove la quantitàdi imprenditori under 40 è scesa sotto le 1.000 unità.  Italiani bamboccioni.Mentre tra gli imprenditori di famiglia cinese il 74% non supera la soglia dei 30 anni (e il 23% quella dei 25), fra gli italiani il rapporto si inverte poiché solo il 25% si colloca nella fascia sotto i 20. Si evidenzia così il maggiore dinamismo della giovane imprenditoria cinese rispetto a qualla italiana, caratterizzata da una minore assunzione del rischio d'impresa. Lo conferma il fatto che oltre il 40% degli imprenditori italiani ha iniziato la propria attività entrando nell'azienda di famiglia (nel tessile il 49%), si presume dunque, in aziende già consolidate e dopo un periodo di formazione lavoro trascorso all'interno come dipendente. I giovani cinesi, motivati dall'ambizione di un maggiore guadagno, arrivano molto presto all'autoimprenditoria dovendo affrontare una situazione più complessa, anche sotto l'aspetto finaziario. All'interno della comunità orientale, coloro che entrano in un'azienda già avviata sono appena il 15% che, avendo meno possibilità di accedere al credito, ricorrono al sostengno di familiari e amici.  Grazie al supporto della famiglia di origine, per oltre il 55% degli imprenditori italiani l'ingresso nel mondo del lavoro autonomo non ha comportato grosse difficoltà di start up; per molti di loro «l'essere imprenditore - si legge nella ricerca - è un fattore quasi genetico, un virus che si ha dalla nascita».  A scuola in aziendaAll'accesso in età più avanzata al lavoro autonomo da parte degli italiani non corrisponde un alto livello di scolarizzazione come invece ci si aspetterebbe. Dallo studio è emerso che la preparazione sul campo ha valore maggiore rispetto alla formazione in aula: il 28% degli imprenditori italiani non è andata oltre terza media, mentre il laureati sono meno del 10%. Più alta la quota dei laureati tra i cinesi (16%). Non è un caso che solo l'11% degli italiani intervistati dice di non aver ricevuto una preparazione specifica da manager.

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