Sicurezza
E Longo inventò il filo di diamante
Ilenia Reali
Brilla di una luce inconfondibile. E punta a far tornare a brillare l'economia pratese. Il brevetto del filato di diamante è stato depositato da una nuova società che già nel nome è tutta un programma: Acme Itu. Acme come i pacchi che riceveva Willy il coyote, Itu come nell'equivalente inglese di "nell'universo"
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PRATO. Brilla di una luce inconfondibile. E punta a far tornare a brillare l'economia pratese. Il brevetto del filato di diamante è stato depositato da una nuova società che già nel nome è tutta un programma: Acme Itu. Acme come i pacchi che riceveva Willy il coyote (che sta per "compagnia che può fare tutto"), Itu come nell'equivalente inglese di "nell'universo". E dietro la società c'è un creativo, il pratese Massimo Brachi consulente di Cassina e di grandi marchi di moda italiani e francesi (indirettamente anche di Chanel), l'imprenditore e presidente della Camera di commercio Carlo Longo e l'imprenditore Imo Meoni, confluito nello staff della famiglia Longo attraverso la Filprogress. Alla base c'è un'idea e una scommessa. L'idea è stata quella di trasformare i diamanti in un filato, la scommessa è invece quella di arrivare a produrre capi finiti per le grandi case di moda ma anche fornire stoffe per l'arredamento, fili per il comparto della gioielleria e per gli accessori. Ma anche quella di creare un'azienda non azienda. Un contenitore dove si fa produzione ma allo stesso tempo si è in grado di essere centro di ricerca con un pool di imprenditori e professionisti che inventano e lavorano affinché le varie ipotesi possano entrare in produzione. «Il mercato della ciniglia soffre sempre di più la concorrenza di Cina, Vietnam, Egitto e ora anche Etiopia», commenta Longo. «E per continuare a lavorare in Italia è necessario inventarsi qualcosa di unico, il frutto di ricerche avanzate. Pensavo a questo quando Brachi mi è venuto a trovare». «Volevo un prodotto che fosse di lusso. E ho pensato subito al diamante, da qui l'idea di farci del filato. Nel mondo non esiste niente di simile se non il filo per tagliare il marmo ma in quel caso la lavorazione è diversa e comunque noi dovevamo arrivare al risultato contrario: renderlo morbido, facile da indossare». Da una cava in Sudafrica è arrivata la preziosa materia prima: la polvere di diamante e da lì si è cominciato a lavorare per creare una macchina che fosse in grado di lavorare questo materiale. Il procedimento è assolutamente coperto da segreto mentre il risultato è simile a quello di un filato imbevuto nella scintillante pietra. «Si può fare con qualunque tipo di filato - spiegano Brachi e Longo - e quindi utilizzare in vari settori a prezzi finali non certamente popolari ma alla portata di chi, a titolo di esempio, compra borse Vuitton». Trattative sono già in corso con un'importante casa di moda francese perché l'obiettivo «è quello di lavorare in stretto rapporto con il cliente finale». «Con questa esperienza - commenta Longo - mi sono reso conto che in Toscana sul trasferimento tecnologico c'è ancora molto da fare ma ritengo che questa sia la via che dobbiamo seguire per creare lavoro a Prato. Siamo partiti da questo filato ma intendiamo lavorare anche su altre idee come, ad esempio, nuove reinterpretazioni per la lana rigenerata».
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