LE LEGGI
Non piace la legge sul made in Italy
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L’ex presidente confezionisti Stefano FerrariNon piace ai confezionisti e maglifici aderenti all'Unione Industriale Pratese la legge cosiddetta Reguzzoni sul made in Italy. Le critiche sono emerse nella riunione di sezione indetta venerdì scorso dal presidente di sezione uscente Stefano Ferrari
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PRATO. Non piace ai confezionisti e maglifici aderenti all'Unione Industriale Pratese la legge cosiddetta Reguzzoni sul made in Italy. Le critiche sono emerse nella riunione di sezione indetta venerdì scorso dal presidente di sezione uscente Stefano Ferrari.
Non convince in particolare la disposizione che prevede che a dare facoltà di marchiare made in Italy un capo di abbigliamento sia la realizzazione sul suolo nazionale di due qualsiasi fra le quattro fasi di lavorazione indicate come rilevanti per il tessile-abbigliamento (filatura, tessitura, nobilitazione e confezione). In assenza della legge (che, salvo bocciature dell'Unione Europea, entrerà in vigore col 1º ottobre 2010) a regolare la materia è il Codice doganale europeo, che individua nella sola operazione di confezionamento l'unica fase qualificante per l'apposizione del marchio di origine.
Proprio il "declassamento" della fase finale ai fini dell'individuazione dell'origine è ritenuto incongruo e penalizzante, trattandosi del passaggio che, ha rimarcato la sezione, conferisce una considerevole quota di valore aggiunto. La sezione ha riscontrato in ciò una penalizzazione che non condivide.
La tesi della sezione è che la legge, così come è stata varata, apra a chi confeziona all'estero brecce per poter marchiare made in Italy, a danno di coloro che effettivamente realizzano i capi in Italia. Apprezzamento ha invece riscosso l'obbligo di tracciabilità di ciascuna delle quattro fasi, ritenuto una misura di trasparenza importante.
«Ma la sezione è anche andata oltre - spiega Stefano Ferrari - Pur con posizioni non omogenee, dovute anche a differenze insite delle diverse tipologie della confezione e della maglieria, si è manifestato un orientamento prevalente a favore di un'origine made in Italy per i soli capi effettivamente realizzati per intero in Italia. Made in Italy vero, quindi, senza deroghe, dalla filatura fino alla confezione, passando per tessitura e nobilitazione.
C'è la consapevolezza che si tratta di una tesi 'estremista', che circoscriverebbe fortemente la possibilità di utilizzo del brand nazionale; non consideriamo questa posizione ancora definitiva ma comunque nelle nostre imprese c'è vivo disappunto per quanto viene configurato dalla legge ed emerge la richiesta che si torni ad affrontare il tema per apportare i necessari correttivi».
Non convince in particolare la disposizione che prevede che a dare facoltà di marchiare made in Italy un capo di abbigliamento sia la realizzazione sul suolo nazionale di due qualsiasi fra le quattro fasi di lavorazione indicate come rilevanti per il tessile-abbigliamento (filatura, tessitura, nobilitazione e confezione). In assenza della legge (che, salvo bocciature dell'Unione Europea, entrerà in vigore col 1º ottobre 2010) a regolare la materia è il Codice doganale europeo, che individua nella sola operazione di confezionamento l'unica fase qualificante per l'apposizione del marchio di origine.
Proprio il "declassamento" della fase finale ai fini dell'individuazione dell'origine è ritenuto incongruo e penalizzante, trattandosi del passaggio che, ha rimarcato la sezione, conferisce una considerevole quota di valore aggiunto. La sezione ha riscontrato in ciò una penalizzazione che non condivide.
La tesi della sezione è che la legge, così come è stata varata, apra a chi confeziona all'estero brecce per poter marchiare made in Italy, a danno di coloro che effettivamente realizzano i capi in Italia. Apprezzamento ha invece riscosso l'obbligo di tracciabilità di ciascuna delle quattro fasi, ritenuto una misura di trasparenza importante.
«Ma la sezione è anche andata oltre - spiega Stefano Ferrari - Pur con posizioni non omogenee, dovute anche a differenze insite delle diverse tipologie della confezione e della maglieria, si è manifestato un orientamento prevalente a favore di un'origine made in Italy per i soli capi effettivamente realizzati per intero in Italia. Made in Italy vero, quindi, senza deroghe, dalla filatura fino alla confezione, passando per tessitura e nobilitazione.
C'è la consapevolezza che si tratta di una tesi 'estremista', che circoscriverebbe fortemente la possibilità di utilizzo del brand nazionale; non consideriamo questa posizione ancora definitiva ma comunque nelle nostre imprese c'è vivo disappunto per quanto viene configurato dalla legge ed emerge la richiesta che si torni ad affrontare il tema per apportare i necessari correttivi».
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