Il Tirreno

Prato

LA CONDANNA

Carabiniere condannato per concussione

Paolo Nencioni /
Condannato carabiniere per aver chiesto soldi al titolare di una ditta cinese
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Condannato carabiniere per aver chiesto soldi al titolare di una ditta cinese

Per l'appuntato si è trattato di un semplice equivoco ma il giudice non ha creduto alla sua tesi: due anni e due mesi

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PRATO. Un appuntato dei carabinieri in servizio fino a otto mesi fa al Nucleo radiomobile, di cui non è stato reso noto il nome, è stato condannato a due anni e due mesi di reclusione per concussione: era accusato di aver chiesto soldi a un confezionista cinese per ammorbidire i controlli all'azienda.

E' una storia di cui ci siamo occupati a settembre e che avrebbe dovuto rimanere segreta. Nessuno ne voleva parlare sei mesi fa, pochi hanno voglia di parlarne oggi, in un momento delicatissimo per l'immagine delle forze dell'ordine. Sono passati solo pochi giorni dall'arresto di quattro poliziotti e due carabinieri per presunti favori ai cinesi, poco più di un mese dalla notizia di un altro carabiniere indagato per tentata violenza sessuale nei confronti di un minore.

Il momento, insomma, è particolare, ma i tempi della giustizia non possono essere condizionati se non dal Codice di procedura penale e dunque venerdì l'appuntato, che ha 26 anni ed era difeso dagli avvocati Gabriele Terranova e Stefano Camerini, si è presentato davanti al giudice Angela Fedelino nel processo con giudizio immediato. Poteva ragionevolmente sperare in qualcosa di meglio di una condanna, perché in effetti il suo caso è controverso.

Sono stati i suoi stessi colleghi a metterlo agli arresti domiciliari il 27 luglio dell'anno scorso, dopo averlo filmato mentre si intratteneva con un imprenditore cinese sulla soglia della sua azienda. La sera prima, a fine turno, il giovane carabiniere era andato in divisa nella confezione. Sembra che un collega gli avesse segnalato schiamazzi. Insieme a un altro collega aveva tentato di accedere allo stanzone, ma i cinesi non avevano aperto.

La sera del 27, invece, il portone è socchiuso e il carabiniere entra. Dirà poi di non aver visto irregolarità evidenti. Inizia comunque una conversazione col titolare e a un certo punto il cinese mette mano al portafoglio. Qui le interpretazioni divergono. Secondo il cinese, che poi racconterà tutto ai carabinieri, l'appuntato gli ha fatto capire che pagando si poteva evitare un controllo. Secondo il carabiniere è tutto un equivoco, lui avrebbe detto soltanto «stai zitto, altrimenti si finisce in galera», nel senso che quei soldi lui non li voleva. Il cinese invece avrebbe capito che bisognava pagare e stare zitti, altrimenti erano guai per tutti. Di fatto, quella sera stessa il cinese denuncia tutto al Comando provinciale.

Il carabiniere comunque passa il giorno dopo dal cinese per un caffè. La sua linea difensiva è che voleva crearsi un contatto nella comunità orientale. Il cinese però tira fuori 300 euro e il carabiniere non li accetta. Secondo lui è la prova della sua innocenza, secondo l'accusa non li prende perché ne aveva pattuiti 500.
Con il filmato dell'incontro i colleghi dell'appuntato vanno in Procura e ottengono dal giudice per le indagini preliminari un'ordinanza di custodia per il collega, che viene eseguita qualche giorno dopo.

Un'altra mela marcia tolta dal cesto o un tragico equivoco? Per ora è prevalsa la prima tesi, quella sostenuta dal pubblico ministero Laura Canovai. E l'appuntato, figlio di un carabiniere, da otto mesi è sospeso a stipendio ridotto, anche se spera di ribaltare il verdetto in appello.

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