Gioco
DOPO LO SCANDALO
Cinesi, carissimi nemici l'economia dipende da loro
All’indomani dell’inchiesta sui presunti favori ai cinesi che ha portato all’arresto di quattro poliziotti e due carabinieri, ci si interroga sulle relazioni pericolose con la comunità che più fa discutere. Ma molte delle perspne che lavorano coi cinesi dicono che se a Prato non fossero arrivati gli stranieri, o magari decidessero di andare via all’improvviso, molti italiani starebbero peggio di come stanno ora
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PRATO. Se loro andassero via da un giorno all’altro sarebbe un bel problema. Parola di uno che con loro ci lavora. “Loro” sono i cinesi, croce e delizia (più croce che delizia per tanti pratesi) di una città che da anni si dibatte in una crisi di cui non si vede la fine e che nel frattempo ha trovato il “nemico perfetto”, i nuovi pratesi con gli occhi a mandorla, a cui spesso si addebitano più colpe di quante ne abbiano. All’indomani dell’inchiesta sui presunti favori ai cinesi che ha portato all’arresto di quattro poliziotti e due carabinieri, ci si interroga sulle relazioni pericolose, che non si esauriscono sul piano penale.
«Se qui non fossero arrivati gli stranieri, e se per assurdo decidessero di andare via all’improvviso, molti italiani starebbero peggio di come stanno ora», commenta Luigi Landini, che con la sua Immobiliare Dionisio è uno di quelli che più lavora coi cinesi: su circa 300 immobili amministrati, quasi la metà sono dati in affitto agli stranieri, in gran parte orientali.
Perché a Prato si parla molto dei rapporti tra il distretto industriale italiano e quello cosiddetto “parallelo”, tra i lanifici e le rifinizioni che hanno fatto la fortuna del distretto tessile e le centinaia di pronto moda cinesi nati negli ultimi anni. Si parla molto meno, invece, dell’“effetto cinesi” sul settore immobiliare, dove pure girano un sacco di soldi. Un effetto salvagente.
«E’ vero - conferma Landini - Una buona percentuale dei capannoni rimasti vuoti per la crisi del tessile sono stati presi dai cinesi, direi un buon 15% di ricambio immobiliare che altrimenti non ci sarebbe stato». Il calcolo forse è sottostimato.
Per intenderci, non si parla solo dei capannoni nelle zone industriali, ma anche degli “stanzoni” mescolati ai quartieri residenziali, la cosiddetta mixité che è stata e in parte è ancora una delle caratteristiche peculiari di Prato. Tanti locali abbandonati e al limite della fatiscenza non avrebbero avuto mercato se non fossero arrivati i cinesi, pronti a pagare sull’unghia ai proprietari immobiliari (spesso imprenditori usciti dal tessile) gli affitti per i locali dove poi hanno impiantato centinaia di confezioni che alimentano il grande affare dei pronto moda del Macrolotto di Iolo, dove i grossisti arrivano a comprare anche da Spagna, Polonia o Croazia.
«E’ la deriva della città che ci ha obbligato ad avere rapporti economici coi cinesi - spiega l’immobiliarista Landini - Li abbiamo fatti entrare e ora l’allievo ha superato il maestro. Non ci dimentichiamo che 40 anni fa eravamo noi a battere al telaio nello stanzone con la casa al primo piano».
Se è vero che spesso italiani e cinesi non si parlano, è anche vero che gli intrecci economici sono più fitti di quanto si pensi. Solo gli affitti che gli orientali pagano ai proprietari dei fondi rappresentano una specie di ammortizzatore sociale contro la crisi. Si paga dai 30 ai 55 euro per metro quadro all’anno. Se li moltiplichiamo per i milioni di metri quadri affittati dagli italiani ai cinesi si vede che quanto questo può incidere sul bilancio del distretto. Certo, questi soldi non finiscono nelle tasche degli italiani che hanno perso il posto di lavoro, ma loro devono guardarsi più dai cinesi che stanno in Cina che da quelli della porta accanto.
E il mercato immobiliare è solo un pezzo, per quanto il più rilevante, dell’indotto cinese. Che sarebbe stato delle concessionarie di auto di lusso se non fossero arrivati i nuovi ricchi, smaniosi di far vedere ai connazionali che loro ce l’hanno fatta, al volante di Bmw, Mercedes e Porsche Cayenne?
E’ solo un esempio tra tanti. Molti imprenditori tessili pratesi, e non tra i più piccoli, hanno beneficiato in passato della straordinaria flessibilità e dei bassi prezzi dei cinesi, favoriti dallo sfruttamento della manodopera clandestina. Poi i cinesi hanno imparato, si sono messi in proprio e ora spesso sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico quando c’è da trattare con gli italiani.
Ecco dunque che i due distretti, quello e italiano e quello cinese, risultano legati da dinamiche economiche che vanno oltre la volontà di parlarsi o di tenersi il muso.
«Se qui non fossero arrivati gli stranieri, e se per assurdo decidessero di andare via all’improvviso, molti italiani starebbero peggio di come stanno ora», commenta Luigi Landini, che con la sua Immobiliare Dionisio è uno di quelli che più lavora coi cinesi: su circa 300 immobili amministrati, quasi la metà sono dati in affitto agli stranieri, in gran parte orientali.
Perché a Prato si parla molto dei rapporti tra il distretto industriale italiano e quello cosiddetto “parallelo”, tra i lanifici e le rifinizioni che hanno fatto la fortuna del distretto tessile e le centinaia di pronto moda cinesi nati negli ultimi anni. Si parla molto meno, invece, dell’“effetto cinesi” sul settore immobiliare, dove pure girano un sacco di soldi. Un effetto salvagente.
«E’ vero - conferma Landini - Una buona percentuale dei capannoni rimasti vuoti per la crisi del tessile sono stati presi dai cinesi, direi un buon 15% di ricambio immobiliare che altrimenti non ci sarebbe stato». Il calcolo forse è sottostimato.
Per intenderci, non si parla solo dei capannoni nelle zone industriali, ma anche degli “stanzoni” mescolati ai quartieri residenziali, la cosiddetta mixité che è stata e in parte è ancora una delle caratteristiche peculiari di Prato. Tanti locali abbandonati e al limite della fatiscenza non avrebbero avuto mercato se non fossero arrivati i cinesi, pronti a pagare sull’unghia ai proprietari immobiliari (spesso imprenditori usciti dal tessile) gli affitti per i locali dove poi hanno impiantato centinaia di confezioni che alimentano il grande affare dei pronto moda del Macrolotto di Iolo, dove i grossisti arrivano a comprare anche da Spagna, Polonia o Croazia.
«E’ la deriva della città che ci ha obbligato ad avere rapporti economici coi cinesi - spiega l’immobiliarista Landini - Li abbiamo fatti entrare e ora l’allievo ha superato il maestro. Non ci dimentichiamo che 40 anni fa eravamo noi a battere al telaio nello stanzone con la casa al primo piano».
Se è vero che spesso italiani e cinesi non si parlano, è anche vero che gli intrecci economici sono più fitti di quanto si pensi. Solo gli affitti che gli orientali pagano ai proprietari dei fondi rappresentano una specie di ammortizzatore sociale contro la crisi. Si paga dai 30 ai 55 euro per metro quadro all’anno. Se li moltiplichiamo per i milioni di metri quadri affittati dagli italiani ai cinesi si vede che quanto questo può incidere sul bilancio del distretto. Certo, questi soldi non finiscono nelle tasche degli italiani che hanno perso il posto di lavoro, ma loro devono guardarsi più dai cinesi che stanno in Cina che da quelli della porta accanto.
E il mercato immobiliare è solo un pezzo, per quanto il più rilevante, dell’indotto cinese. Che sarebbe stato delle concessionarie di auto di lusso se non fossero arrivati i nuovi ricchi, smaniosi di far vedere ai connazionali che loro ce l’hanno fatta, al volante di Bmw, Mercedes e Porsche Cayenne?
E’ solo un esempio tra tanti. Molti imprenditori tessili pratesi, e non tra i più piccoli, hanno beneficiato in passato della straordinaria flessibilità e dei bassi prezzi dei cinesi, favoriti dallo sfruttamento della manodopera clandestina. Poi i cinesi hanno imparato, si sono messi in proprio e ora spesso sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico quando c’è da trattare con gli italiani.
Ecco dunque che i due distretti, quello e italiano e quello cinese, risultano legati da dinamiche economiche che vanno oltre la volontà di parlarsi o di tenersi il muso.
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