Il dolore
LIBRI
Prato ostile, chiusa e provinciale
David Fiesoli
◗
Giovani si ritrovano lungo la Senna a ParigiCristina Guarducci come la protagonista del suo "Nonchalance" si divide tra Francia e Toscana. "Nel romanzo è come se il tempo si fosse fermato. Racconto la mia città com'era 25 anni fa, non quella multietnica di oggi"
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PRATO. Devastata dall'amore con un figlio a carico, la donna senza nome ha dietro sé un uomo, che è fuggito lasciandola incinta, e di fronte uno pasicanalista muto che lei chiama Nation, dal nome della zona di Parigi dove esercita. Parigi sta intorno alla donna e la stringe d'assedio, con la sua primavera anticipata, gli amici americani, un'astrologa impicciona e quegli incontri bislacchi al parco dove la donna senza nome porta il figlio Diego, che la impegna, la fa sentire in colpa. Lei lo ama, e potrebbe amareanche Jean Marie, l'uomo di colore, lo spazzino-musicista incontrato al parco, se non camminasse ancora voltata all'indietro, impaurita, rivolta verso il padre di suo figlio che l'ha lasciata sola, e verso la città dov'è nata, quella Prato provinciale che sotto il cielo di Parigi aleggia come un inconsistente fantasma.
"Nonchalance", edito da Fazi (pp.173, euro 16), è il titolo di un romanzo che scorre come la Senna, intimo e distaccato, freddo di sofferenza: già all'esordio con "Mitoilogia di famiglia" la scrittrice pratese Cristina Guarducci mostrava questa particolarissima cifra stilistrica che adesso ha conquistato anche Sandro Veronesi. Che le ha regalato tre righe in copertina: un romanzo che somiglia al cielo di Parigi. Dove è volata ormai da ventitre anni anche Cristina Guarducci, che proprio come la protagonista senza nome del suo romanzo viene da Prato. Ma lei insiste: «Non c'entra l'autobiografia: Parigi e Prato sono due città che conosco molto bene, per questo ci ambiento i miei romanzi. In particolare, l'incontro tra i due protagonisti avviene nel quartiere del Marais, nel centro di Parigi, dove ho vissuto».
Ed è chiaro, dalle pagine del romanzo, che la scrittrice toscana ama molto Parigi, con quel suo cielo che tutto racchiude. Un po' meno Prato, dipinta come ostile, chiusa, provinciale: una piccola città dove tutti sanno tutto di tutti, e dove una ragazza madre viene malvista e stigmatizzata. Ma la scrittrice puntualizza: «Nel libro racconto la Prato di venticinque anni fa, non certo la città multietnica e aperta di oggi. Per la protagonista del mio romanzo, è come se il tempo si fosse fermato».
E difatti il tempo non conta nella vita riflessa che la ragazza-madre racconta al suo psicanalista muto, che la ascolta senza mai darle in cambio una sola parola (la Guarducci è psicologa, e c'è dell'ironia nel dipingere quel personaggio). La protagonista del romanzo rifiuta le buone occasioni: dipinge con figure sanguinarie e inquietanti i suoi piatti di ceramica ma smetterà appena inizieranno a vendere, non vorrà stabilire con Jean Marie una vita di coppia.
È come se tutto dovesse restare precario, instabile, per paura di un'altra fuga, perchè la stabilità non esiste. È come se fosse meglio rimanere perplessi di fronte a una vita che sfugge non appena la credi degna di fede: la malinconia difende più della felicità, dopotutto. Ecco la "nonchalance" del titolo, ecco la Parigi distratta dove è possibile vivere con una certa inconsistenza. E se la pesantezza riemerge con quella propensione che la donna senza nome ha verso l'autodistruzione, la salvezza verrà solo dall'aprirsi all'osservazione del mondo, come un testimone.
A Parigi, molto più che nella Prato di venticinque anni fa, ci sono scorci di paesaggi, anche umani, da guardare con il dovuto distacco, mentre il vento «si arrotola fischiando intorno ai camini». Nella Prato di oggi, popolata di volti nuovi e preda di conflitti sociali, forse sta accadendo lo stesso: precarietà, malinconia e nonchalance sono condanne, eppure si ergono a scudo, come inutili difese.
"Nonchalance", edito da Fazi (pp.173, euro 16), è il titolo di un romanzo che scorre come la Senna, intimo e distaccato, freddo di sofferenza: già all'esordio con "Mitoilogia di famiglia" la scrittrice pratese Cristina Guarducci mostrava questa particolarissima cifra stilistrica che adesso ha conquistato anche Sandro Veronesi. Che le ha regalato tre righe in copertina: un romanzo che somiglia al cielo di Parigi. Dove è volata ormai da ventitre anni anche Cristina Guarducci, che proprio come la protagonista senza nome del suo romanzo viene da Prato. Ma lei insiste: «Non c'entra l'autobiografia: Parigi e Prato sono due città che conosco molto bene, per questo ci ambiento i miei romanzi. In particolare, l'incontro tra i due protagonisti avviene nel quartiere del Marais, nel centro di Parigi, dove ho vissuto».
Ed è chiaro, dalle pagine del romanzo, che la scrittrice toscana ama molto Parigi, con quel suo cielo che tutto racchiude. Un po' meno Prato, dipinta come ostile, chiusa, provinciale: una piccola città dove tutti sanno tutto di tutti, e dove una ragazza madre viene malvista e stigmatizzata. Ma la scrittrice puntualizza: «Nel libro racconto la Prato di venticinque anni fa, non certo la città multietnica e aperta di oggi. Per la protagonista del mio romanzo, è come se il tempo si fosse fermato».
E difatti il tempo non conta nella vita riflessa che la ragazza-madre racconta al suo psicanalista muto, che la ascolta senza mai darle in cambio una sola parola (la Guarducci è psicologa, e c'è dell'ironia nel dipingere quel personaggio). La protagonista del romanzo rifiuta le buone occasioni: dipinge con figure sanguinarie e inquietanti i suoi piatti di ceramica ma smetterà appena inizieranno a vendere, non vorrà stabilire con Jean Marie una vita di coppia.
È come se tutto dovesse restare precario, instabile, per paura di un'altra fuga, perchè la stabilità non esiste. È come se fosse meglio rimanere perplessi di fronte a una vita che sfugge non appena la credi degna di fede: la malinconia difende più della felicità, dopotutto. Ecco la "nonchalance" del titolo, ecco la Parigi distratta dove è possibile vivere con una certa inconsistenza. E se la pesantezza riemerge con quella propensione che la donna senza nome ha verso l'autodistruzione, la salvezza verrà solo dall'aprirsi all'osservazione del mondo, come un testimone.
A Parigi, molto più che nella Prato di venticinque anni fa, ci sono scorci di paesaggi, anche umani, da guardare con il dovuto distacco, mentre il vento «si arrotola fischiando intorno ai camini». Nella Prato di oggi, popolata di volti nuovi e preda di conflitti sociali, forse sta accadendo lo stesso: precarietà, malinconia e nonchalance sono condanne, eppure si ergono a scudo, come inutili difese.
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