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Prato

MADE IN ITALY

Giulini porta Prato in Cina

Fabio Barni
Il progetto del centro a Nanchino. In alto a sinistra, Giulin
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Il progetto del centro a Nanchino. In alto a sinistra, Giulin

La via di Giulini per portare il made in Italy in Cina passa a 40 chilometri da Nanchino e a 2 ore di macchina da Shangai. E si ferma ai piedi d'un grattacielo di 23 piani, accanto a un padiglione espositivo di 55mila metri quadrati, «in una zona in forte sviluppo - dice orgoglioso l'imprenditore - servita da 3 autostrade e dal treno ad alta velocità»

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PRATO. La via di Giulini per portare il made in Italy in Cina passa a 40 chilometri da Nanchino e a 2 ore di macchina da Shangai. E si ferma ai piedi d'un grattacielo di 23 piani, accanto a un padiglione espositivo di 55mila metri quadrati, «in una zona in forte sviluppo - dice orgoglioso l'imprenditore - servita da 3 autostrade e dal treno ad alta velocità».
La struttura che sta nascendo, finanziata da banche cinesi e di proprietà di una cordata d'imprese e istituzioni locali, è tutta made in China. Gli italiani, anche se il presidente della provincia Lamberto Gestri presenziò alla posa della prima pietra, non c'entrano. C'entreranno. Dentro. E saranno piccole e medie imprese alle quali la società cinese, che Giulini (al secolo Xu Qiulin) presiede pur non essendo il socio di maggioranza, offrirà alloggio. «Non pagheranno l'affitto ma dovranno assicurarci d'essere imprese solide e capaci di portare il vero stile italiano sul mercato cinese», ha spiegato ieri mattina in conferenza stampa l'industriale della pelle. Il guadagno della società cinese sarà infatti una percentuale sulle vendite. È questa la formula vincente, secondo l'imprenditore, «perché le grandi industrie italiane vengono da sé in Cina ma per le piccole e medie imprese le difficoltà sono enormi». Al "Centro Made in Italy" lavoreranno 500 persone: penseranno alle questioni doganali, alla distribuzione, all'apertura di showroom in altre località, all'effettiva vendita dei prodotti. Gli italiani potranno stavolta guadagnare per la semplice ragione che la società e le autorità cinesi avranno la loro parte soltanto sotto forma di percentuale sul venduto. Ecco spiegato perché Giulini chiede che i candidati offrano un'ampia varietà di «merce di qualità, dai tessuti alla pelle, dagli alimentari ai mobili d'antiquariato» e che dimostrino un fatturato di «almeno 4 o 5 milioni di euro». Per ovviare al fatturato posto come condizione, sono ammessi anche consorzi e raggruppamenti d'imprese. L'investimento, per gli italiani, sarà minimo. «Fra i 4 e 5 mila euro per allestire il loro show room». Non entreranno solo pratesi. La proposta è rivolta a tutti coloro che fanno made in Italy, nei settori e comparti più disparati, per soddisfare le richieste della nuova classe media orientale: 130 milioni di persone. Di primi contatti, Giulini non ha parlato. Ha fatto cenno solo al Lanificio Roma, «poco conosciuto ma che fa ottime cose», a margine della presentazione nella sede dell'Uip, affiancato dal vicedirettore Giovanni Moschini, dal commercialista Lauro Alessandri e da Giancarlo Maffei.

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