La manifestazione
ECONOMIA
«Serve un accordo con la Cina»
Paolo Nencioni
◗
Magazzino di pezze a PratoVa bene allungare la filiera, ma se scegliamo questa strada, allora le cose vanno fatte in grande. Guardiamo ai cinesi che stanno in Cina, anziché a quelli che stanno accanto all'uscio. Idea alternativa a quella di Cenni: allunghiamo la filiera cercando un'intesa con una multinazionale delle confezioni
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PRATO. Va bene allungare la filiera, ma se scegliamo questa strada, allora le cose vanno fatte in grande. Guardiamo ai cinesi che stanno in Cina, anziché a quelli che stanno accanto all'uscio.
E' l'idea lanciata ieri dal professor Riccardo Varaldo per tentare di risollevare il distretto tessile pratese dalla crisi che lo attanaglia ormai da qualche anno.
Parlando a margine di un convegno sul tema dei trasporti che si svolgeva a Firenze, l'economista, presidente della Scuola superiore di Sant'Anna di Pisa, ha dettato la sua ricetta per risollevare le sorti del tessile pratese.
Una ricetta che si può riassumere così: serve un accordo tra la Regione Toscana e la Cina, con la mediazione dei governi nazionali, per vendere i tessuti pratesi a una grande multinazionale cinese delle confezioni, in modo da lanciare sui mercati internazionali, e in particolare su quello cinese, un prodotto di qualità col marchio "made in Prato Italia". Sembrerebbe l'uovo di Colombo.
Il problema è come tradurre in pratica il principio. E il professor Varaldo non è così ingenuamente ottimista da nascondersi le difficoltà di una cosa del genere.
«Tecnicamente potrebbe funzionare - spiega al telefono - Il sostegno politico non sarebbe difficile da trovare. Serve però uno sforzo del distretto pratese, che superi le divisioni tra le singole aziende e si presenti come un soggetto unico».
Varaldo pensa a un pool di società che si mettano alla ricerca di una multinazionale delle confezioni con sede in Cina, disposta ad acquistare tessuti a un prezzo certo più alto di quello che si potrebbe spuntare sul mercato cinese, ma in cambio di un marchio che garantisce una qualità che al momento in Cina non si trova. Il mercato di riferimento sarebbe in prima battuta quello interno cinese, con prospettive anche su altri mercati.
E' un'idea in qualche maniera alternativa a quella del sindaco Roberto Cenni, che propone di allungare la filiera sì, ma guardando ai pronto moda cinesi del Macrolotto di Iolo.
«Prato ha una dimensione e un nome che non si può svilire dandolo in pasto ai pronto moda cinesi che già lavorano in Italia - ribatte Varaldo - Questi soggetti non hanno la forza di imporsi sui mercati internazionali. Una multinazionale con sede in Cina, invece, può farlo. E trovare un soggetto del genere non è un' 'impresa impossibile».
Ma il marchio "made in Prato Italia" che forza potrebbe avere in rapporto a quelli del made in Italy già ampiamente conosciuti come Ferrari, Gucci o Ferragamo? «Il valore di un marchio cresce nel tempo - osserva Varaldo - E se non si comincia mai, non si possono nemmeno valutare le potenzialità».
«Non ci dimentichiamo che il mercato cinese sta elevando la sua qualità - aggiunge il presidente della Scuola superiore Sant'Anna - Non è più un mercato di poveri, c'è spazio anche per prodotti di fascia media, a patto che si sappiano proporre». Questo presuppone uno sforzo delle imprese più strutturate per competere sui mercati internazionali. Insomma, ammesso che funzioni, non è la ricetta che salverà tutto il tessile pratese, ma solo la "crema" delle aziende disposte a scommettere sulla nuova frontiera orientale.
E' l'idea lanciata ieri dal professor Riccardo Varaldo per tentare di risollevare il distretto tessile pratese dalla crisi che lo attanaglia ormai da qualche anno.
Parlando a margine di un convegno sul tema dei trasporti che si svolgeva a Firenze, l'economista, presidente della Scuola superiore di Sant'Anna di Pisa, ha dettato la sua ricetta per risollevare le sorti del tessile pratese.
Una ricetta che si può riassumere così: serve un accordo tra la Regione Toscana e la Cina, con la mediazione dei governi nazionali, per vendere i tessuti pratesi a una grande multinazionale cinese delle confezioni, in modo da lanciare sui mercati internazionali, e in particolare su quello cinese, un prodotto di qualità col marchio "made in Prato Italia". Sembrerebbe l'uovo di Colombo.
Il problema è come tradurre in pratica il principio. E il professor Varaldo non è così ingenuamente ottimista da nascondersi le difficoltà di una cosa del genere.
«Tecnicamente potrebbe funzionare - spiega al telefono - Il sostegno politico non sarebbe difficile da trovare. Serve però uno sforzo del distretto pratese, che superi le divisioni tra le singole aziende e si presenti come un soggetto unico».
Varaldo pensa a un pool di società che si mettano alla ricerca di una multinazionale delle confezioni con sede in Cina, disposta ad acquistare tessuti a un prezzo certo più alto di quello che si potrebbe spuntare sul mercato cinese, ma in cambio di un marchio che garantisce una qualità che al momento in Cina non si trova. Il mercato di riferimento sarebbe in prima battuta quello interno cinese, con prospettive anche su altri mercati.
E' un'idea in qualche maniera alternativa a quella del sindaco Roberto Cenni, che propone di allungare la filiera sì, ma guardando ai pronto moda cinesi del Macrolotto di Iolo.
«Prato ha una dimensione e un nome che non si può svilire dandolo in pasto ai pronto moda cinesi che già lavorano in Italia - ribatte Varaldo - Questi soggetti non hanno la forza di imporsi sui mercati internazionali. Una multinazionale con sede in Cina, invece, può farlo. E trovare un soggetto del genere non è un' 'impresa impossibile».
Ma il marchio "made in Prato Italia" che forza potrebbe avere in rapporto a quelli del made in Italy già ampiamente conosciuti come Ferrari, Gucci o Ferragamo? «Il valore di un marchio cresce nel tempo - osserva Varaldo - E se non si comincia mai, non si possono nemmeno valutare le potenzialità».
«Non ci dimentichiamo che il mercato cinese sta elevando la sua qualità - aggiunge il presidente della Scuola superiore Sant'Anna - Non è più un mercato di poveri, c'è spazio anche per prodotti di fascia media, a patto che si sappiano proporre». Questo presuppone uno sforzo delle imprese più strutturate per competere sui mercati internazionali. Insomma, ammesso che funzioni, non è la ricetta che salverà tutto il tessile pratese, ma solo la "crema" delle aziende disposte a scommettere sulla nuova frontiera orientale.
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