La manifestazione
IL CASO STEFAN
Bloccati beni per cinque milioni
Paolo Nencioni /
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L’ingresso di un negozio di StefanQuattro società vendute a una cinese residente a Roma, ma di fatto irreperibile sul territorio nazionale e in pratica nullatenente. Un'operazione pianificata per evadere le tasse. E' questa la sostanza delle contestazioni mosse dalla guardia di finanza e dall'Agenzia delle entrate a Giuseppe Videtta, amministratore unico della catena di supermercati Stefan
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PRATO. Quattro società vendute a una cinese residente a Roma, ma di fatto irreperibile sul territorio nazionale e in pratica nullatenente. Un'operazione pianificata per evadere le tasse. E' questa la sostanza delle contestazioni mosse dalla guardia di finanza e dall'Agenzia delle entrate a Giuseppe Videtta, amministratore unico della catena di supermercati Stefan.
L'imprenditore, ora impegnato in un contenzioso milionario davanti alla Commissione tributaria, due giorni fa è stato interpellato dal Tirreno sull'argomento e ha minimizzato: nessun problema col fisco, almeno per ora. In realtà qualche problemino c'è, per usare un eufemismo, e se ne trovano ampie tracce in una sentenza della settima sezione della Commissione tributaria provinciale, firmata dal giudice Francesco Pappalardo e depositata lo scorso 4 dicembre. La Commissione ha respinto un ricorso presentato dagli avvocati di Videtta contro un sequestro conservativo di 5 milioni e 400.000 euro in quote societarie della All Market (società posseduta dall'imprenditore, che a sua volta controlla Stefan spa), un paio di conti correnti sulla filiale pistoiese di CariLucca e sulla filiale di Capalle di CariFirenze e 29 libretti al portatore.
Il sequestro era stato chiesto e ottenuto dall'Agenzia delle entrate con procedura d'urgenza il 3 settembre, a garanzia delle somme che, secondo l'Agenzia, Videtta avrebbe dovuto versare all'Erario dopo una devastante verifica fiscale condotta nei mesi precedenti dal Nucleo di polizia tributaria della Finanza. In pratica le Fiamme gialle, esaminando i conti di quattro società nelle quali Videtta ha partecipazioni (Supermercati Insieme, Giulia srl, Sara supermercati e Supermercati Milleidee), avevano notato ingenti movimenti di denaro sui quali l'imprenditore «non era in grado di fornire spiegazioni»: versamenti per oltre 5 milioni nel 2005, 4 milioni nel 2006, poco meno di mezzo milione nel 2007. Movimenti sospetti, soprattutto se confrontati coi redditi dichiarati nei corrispondenti anni fiscali. Fatti due conti, la Finanza contestato un'evasione fiscale di 4 milioni oltre a 4 milioni di sanzion e ha invitato Videtta a comparire per esporre le sue ragioni (l'imprenditore ha mandato un delegato); poi sono partiti gli "inviti al contraddittorio" ma, secondo il Nucleo di polizia tributaria, dopo gli inviti l'imprenditore avrebbe ceduto le sue quote nelle 4 società oggetto d'indagine, cambiandone la forma societaria, trasferendone la sede e affidandole, come socia accomandataria, a una cinese residente a Roma, tale Qiong Ye, titolare di una società commerciale ma di fatto irreperibile. Nella scrittura privata la cinese si sarebbe impegnata a pagare eventuali debiti col fisco. Secondo la Finanza, invece, è stata nient'altro che un'operazione per sottrarre al fisco i beni che potevano essere "aggrediti".
La controffensiva è partita alla fine di ottobre quando gli avvocati di Videtta hanno depositato in Commissione tributaria un ricorso chiedendo l'annullamento del sequestro conservativo per oltre 5 milioni di euro e sostenendo tra l'altro che il sequestro era stato deciso senza avvertire il contribuente. Nella sentenza di dicembre che respinge il ricorso si spiega che le regole sono state rispettate perché la norma prescrive in sostanza che quando l'avvertimento al contribuente potrebbe vanificare il sequestro (consentendogli per esempio di disfarsi di certi beni) si deve procedere così. «Appare gravissimo - aveva scritto il giudice a settembre - e particolarmente sintomatico della precisa volontà di evadere le imposte il comportamento del contribuente che si è fittiziamente spogliato di ogni bene cedendolo a persona non reperibile sul territorio nazionale». Nella recente storia della Stefan spa è rimasta traccia di tre cessioni a società riconducibili a cinesi, una in data 18 settembre 2008, le altre due il 31 luglio 2009, ma sono società che hanno punti vendita a Castelverde (Cremona) e Cento (Ferrara). Il sequestro dei beni non dovrebbe affossare la Stefan, anche perché all'Agenzia delle entrate interessa che la società faccia profitti. Per poi pagare l'eventuale debito col fisco.
L'imprenditore, ora impegnato in un contenzioso milionario davanti alla Commissione tributaria, due giorni fa è stato interpellato dal Tirreno sull'argomento e ha minimizzato: nessun problema col fisco, almeno per ora. In realtà qualche problemino c'è, per usare un eufemismo, e se ne trovano ampie tracce in una sentenza della settima sezione della Commissione tributaria provinciale, firmata dal giudice Francesco Pappalardo e depositata lo scorso 4 dicembre. La Commissione ha respinto un ricorso presentato dagli avvocati di Videtta contro un sequestro conservativo di 5 milioni e 400.000 euro in quote societarie della All Market (società posseduta dall'imprenditore, che a sua volta controlla Stefan spa), un paio di conti correnti sulla filiale pistoiese di CariLucca e sulla filiale di Capalle di CariFirenze e 29 libretti al portatore.
Il sequestro era stato chiesto e ottenuto dall'Agenzia delle entrate con procedura d'urgenza il 3 settembre, a garanzia delle somme che, secondo l'Agenzia, Videtta avrebbe dovuto versare all'Erario dopo una devastante verifica fiscale condotta nei mesi precedenti dal Nucleo di polizia tributaria della Finanza. In pratica le Fiamme gialle, esaminando i conti di quattro società nelle quali Videtta ha partecipazioni (Supermercati Insieme, Giulia srl, Sara supermercati e Supermercati Milleidee), avevano notato ingenti movimenti di denaro sui quali l'imprenditore «non era in grado di fornire spiegazioni»: versamenti per oltre 5 milioni nel 2005, 4 milioni nel 2006, poco meno di mezzo milione nel 2007. Movimenti sospetti, soprattutto se confrontati coi redditi dichiarati nei corrispondenti anni fiscali. Fatti due conti, la Finanza contestato un'evasione fiscale di 4 milioni oltre a 4 milioni di sanzion e ha invitato Videtta a comparire per esporre le sue ragioni (l'imprenditore ha mandato un delegato); poi sono partiti gli "inviti al contraddittorio" ma, secondo il Nucleo di polizia tributaria, dopo gli inviti l'imprenditore avrebbe ceduto le sue quote nelle 4 società oggetto d'indagine, cambiandone la forma societaria, trasferendone la sede e affidandole, come socia accomandataria, a una cinese residente a Roma, tale Qiong Ye, titolare di una società commerciale ma di fatto irreperibile. Nella scrittura privata la cinese si sarebbe impegnata a pagare eventuali debiti col fisco. Secondo la Finanza, invece, è stata nient'altro che un'operazione per sottrarre al fisco i beni che potevano essere "aggrediti".
La controffensiva è partita alla fine di ottobre quando gli avvocati di Videtta hanno depositato in Commissione tributaria un ricorso chiedendo l'annullamento del sequestro conservativo per oltre 5 milioni di euro e sostenendo tra l'altro che il sequestro era stato deciso senza avvertire il contribuente. Nella sentenza di dicembre che respinge il ricorso si spiega che le regole sono state rispettate perché la norma prescrive in sostanza che quando l'avvertimento al contribuente potrebbe vanificare il sequestro (consentendogli per esempio di disfarsi di certi beni) si deve procedere così. «Appare gravissimo - aveva scritto il giudice a settembre - e particolarmente sintomatico della precisa volontà di evadere le imposte il comportamento del contribuente che si è fittiziamente spogliato di ogni bene cedendolo a persona non reperibile sul territorio nazionale». Nella recente storia della Stefan spa è rimasta traccia di tre cessioni a società riconducibili a cinesi, una in data 18 settembre 2008, le altre due il 31 luglio 2009, ma sono società che hanno punti vendita a Castelverde (Cremona) e Cento (Ferrara). Il sequestro dei beni non dovrebbe affossare la Stefan, anche perché all'Agenzia delle entrate interessa che la società faccia profitti. Per poi pagare l'eventuale debito col fisco.
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