Proteste
Concessionaria nella bufera
Maxi-sequestro alla Fineschi
Paolo Nencioni
Quando l'allora amministratore delegato della concessionaria Mercedes Fineschi, Alessandro Giugni, scoprì che nell'azienda si era insinuato un personaggio equivoco, che si faceva passare per tale Michael Gambino di Brooklyn, lo smascherò davanti al consiglio di amministrazione, ma anziché ottenere l'allontanamento dell'intruso, fu lui a essere estromesso dalla società
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PRATO. Quando l'allora amministratore delegato della concessionaria Mercedes Fineschi, Alessandro Giugni, scoprì che nell'azienda si era insinuato un personaggio equivoco, che si faceva passare per tale Michael Gambino di Brooklyn, lo smascherò davanti al consiglio di amministrazione, ma anziché ottenere l'allontanamento dell'intruso, fu lui a essere estromesso dalla società.
La paradossale vicenda è ora alla base di una decisione del giudice del lavoro Marilena Rizzo, che mercoledì ha ordinato il sequestro conservativo di beni e immobili della Antonio Fineschi spa per un valore di 300.000 euro. L'ex amministratore Alessandro Giugni, consigliere comunale del Pdl, ha fatto causa alla storica concessionaria sostenendo di essere stato revocato dalla carica senza giusta causa.
La storia inizia nel luglio del 2008, quando Giugni viene nominato Ad per tre anni, fino all'aprile 2011. Ben presto l'amministratore scopre che la sede di via del Lazzeretto è frequentata assiduamente da un personaggio che gli garba poco. Si fa chiamare Michael Gambino e pare abbia lasciato intendere che è imparentato coi Gambino di Brooklyn. Fin qui siamo nei confini del folklore, ma c'è di peggio. Giugni scopre che il sedicente Gambino ha in tasca una delega a rappresentare Beatrice Fineschi, la socia di maggioranza, una scrittura privata che risale al febbraio 2008.
A Giugni la situazione non piace neanche un po' e dopo aver tentato di convincere i soci della Fineschi a liberarsi del personaggio ingombrante, ingaggia degli investigatori privati e scopre che il sedicente Gambino risponde in realtà al nome di Michele Di Tommaso, 46 anni, ufficialmente residente a Poggio a Caiano.
La resa dei conti arriva a novembre, quando Giugni convoca il cda Fineschi e smaschera Gambino/Di Tommaso, ma il risultato non è quello da lui immaginato. Tutti gli altri membri del cda, lui escluso, si dimettono e così Giugni decade dall'incarico. Poi il cda si riunisce nuovamente e a Giugni non viene conferita alcuna carica. Ecco perché l'ex amministratore, falliti tutti i tentativi di mediazione, decide di far causa alla Fineschi chiedendo indietro il mancato stipendio (8.000 euro al mese) dal dicembre 2008 all'aprile 2011.
Nel frattempo Michael Gambino alias Michele Di Tommaso non può festeggiare. Lo scorso 1º dicembre lo arrestano con l'accusa di far parte di un'associazione a delinquere di stampo mafioso, il presunto clan camorristico di Giacomo e Carlo Terracciano. Spunta anche il nome della concessionaria Fineschi, dove personaggi vicini al clan avrebbero acquistato auto per rinvederle al sud. Giova ricordare che 24 ore dopo l'arresto, Beatrice Fineschi, nel ricordare di aver avuto solo rapporti commerciali con gli indagati, stentava quasi a ricordarsi di quel tale Michael Gambino al quale invece aveva firmato una delega per rappresentarla.
«Gambino? - commentò - Se qualcuno ha problemi di identità, sono fatti suoi. Di Tommaso ufficialmente non ha mai lavorato per noi, è venuto qui per comprare le macchine. E se gli avessimo fatto una delega per operare per conto nostro, sarebbe rimasto qualcosa di scritto dal notaio». Questo è vero: la delega è una scrittura privata che non è stata registrata dal notaio. Ciò non toglie che alla Fineschi da almeno un anno conoscessero la vera identità del falso Michael Gambino.
C'è uno strascico preoccupante: all'udienza davanti al giudice del lavoro Rizzo si è presentato solo l'avvocato di Giugni, Vittorio Bologni, mentre la Fineschi spa non si è costituita. Questo è uno dei motivi per i quali il giudice ha ordinato il sequestro conservativo per 300.000 euro (la metà in quote della Fineschi spa presso la Fineschi service, l'altra metà in immobili). «La società convenuta - ha scritto il giudice - non costituendosi ha rinunciato implicitamente a dimostrare che la vicenda dedotta in giudizio abbia avuto un diverso svolgimento». E ancora: «Il comportamento del presidente del Cda Fineschi (...) non consente una progosi fausta in ordine alla sorte della società». E infine: «La Antonio Fineschi spa (...) mostra un disinteresse alla causa che anch'esso costituisce un indizio di non floride condizioni economiche o comunque di indisponibilità a far fronte agli impegni assunti». Ragiona il giudice: qual è la società che accetta a cuor leggero una richiesta danni di 300.000 euro senza opporvisi, se è convinta delle proprie ragioni?
La paradossale vicenda è ora alla base di una decisione del giudice del lavoro Marilena Rizzo, che mercoledì ha ordinato il sequestro conservativo di beni e immobili della Antonio Fineschi spa per un valore di 300.000 euro. L'ex amministratore Alessandro Giugni, consigliere comunale del Pdl, ha fatto causa alla storica concessionaria sostenendo di essere stato revocato dalla carica senza giusta causa.
La storia inizia nel luglio del 2008, quando Giugni viene nominato Ad per tre anni, fino all'aprile 2011. Ben presto l'amministratore scopre che la sede di via del Lazzeretto è frequentata assiduamente da un personaggio che gli garba poco. Si fa chiamare Michael Gambino e pare abbia lasciato intendere che è imparentato coi Gambino di Brooklyn. Fin qui siamo nei confini del folklore, ma c'è di peggio. Giugni scopre che il sedicente Gambino ha in tasca una delega a rappresentare Beatrice Fineschi, la socia di maggioranza, una scrittura privata che risale al febbraio 2008.
A Giugni la situazione non piace neanche un po' e dopo aver tentato di convincere i soci della Fineschi a liberarsi del personaggio ingombrante, ingaggia degli investigatori privati e scopre che il sedicente Gambino risponde in realtà al nome di Michele Di Tommaso, 46 anni, ufficialmente residente a Poggio a Caiano.
La resa dei conti arriva a novembre, quando Giugni convoca il cda Fineschi e smaschera Gambino/Di Tommaso, ma il risultato non è quello da lui immaginato. Tutti gli altri membri del cda, lui escluso, si dimettono e così Giugni decade dall'incarico. Poi il cda si riunisce nuovamente e a Giugni non viene conferita alcuna carica. Ecco perché l'ex amministratore, falliti tutti i tentativi di mediazione, decide di far causa alla Fineschi chiedendo indietro il mancato stipendio (8.000 euro al mese) dal dicembre 2008 all'aprile 2011.
Nel frattempo Michael Gambino alias Michele Di Tommaso non può festeggiare. Lo scorso 1º dicembre lo arrestano con l'accusa di far parte di un'associazione a delinquere di stampo mafioso, il presunto clan camorristico di Giacomo e Carlo Terracciano. Spunta anche il nome della concessionaria Fineschi, dove personaggi vicini al clan avrebbero acquistato auto per rinvederle al sud. Giova ricordare che 24 ore dopo l'arresto, Beatrice Fineschi, nel ricordare di aver avuto solo rapporti commerciali con gli indagati, stentava quasi a ricordarsi di quel tale Michael Gambino al quale invece aveva firmato una delega per rappresentarla.
«Gambino? - commentò - Se qualcuno ha problemi di identità, sono fatti suoi. Di Tommaso ufficialmente non ha mai lavorato per noi, è venuto qui per comprare le macchine. E se gli avessimo fatto una delega per operare per conto nostro, sarebbe rimasto qualcosa di scritto dal notaio». Questo è vero: la delega è una scrittura privata che non è stata registrata dal notaio. Ciò non toglie che alla Fineschi da almeno un anno conoscessero la vera identità del falso Michael Gambino.
C'è uno strascico preoccupante: all'udienza davanti al giudice del lavoro Rizzo si è presentato solo l'avvocato di Giugni, Vittorio Bologni, mentre la Fineschi spa non si è costituita. Questo è uno dei motivi per i quali il giudice ha ordinato il sequestro conservativo per 300.000 euro (la metà in quote della Fineschi spa presso la Fineschi service, l'altra metà in immobili). «La società convenuta - ha scritto il giudice - non costituendosi ha rinunciato implicitamente a dimostrare che la vicenda dedotta in giudizio abbia avuto un diverso svolgimento». E ancora: «Il comportamento del presidente del Cda Fineschi (...) non consente una progosi fausta in ordine alla sorte della società». E infine: «La Antonio Fineschi spa (...) mostra un disinteresse alla causa che anch'esso costituisce un indizio di non floride condizioni economiche o comunque di indisponibilità a far fronte agli impegni assunti». Ragiona il giudice: qual è la società che accetta a cuor leggero una richiesta danni di 300.000 euro senza opporvisi, se è convinta delle proprie ragioni?
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