Il dolore
il giorno dopo il grande blitz
Su via Rossini è calato il silenzio
Barbara Burzi
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Sigilli su uno dei capannoni di Via RossiniVia Rossini, il giorno dopo il blitz. Gli unici segni rimasti della maxi-operazione di martedì mattina sono i sigilli dell'autorità giudiziaria e la totale assenza del consueto via vai di furgoni fuori dalle fabbriche-dormitorio dei cinesi. Qui, negli stanzoni ricavati dalle vecchie fabbriche, non si può più entrare, la saldatura è colata fin dentro le serrature
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PRATO. Via Rossini, il giorno dopo il blitz. Gli unici segni rimasti della maxi-operazione di martedì mattina sono i sigilli dell'autorità giudiziaria e la totale assenza del consueto via vai di furgoni fuori dalle fabbriche-dormitorio dei cinesi. Qui, negli stanzoni ricavati dalle vecchie fabbriche, non si può più entrare, la saldatura è colata fin dentro le serrature. Però c'è chi giura di aver visto uscire dei cinesi da un laboratorio durante la notte. Erano una decina, forse meno.
Si suppone che siano riusciti a sfuggire ai controlli delle squadre interforze, nascondendosi in un loculo scavato all'interno di uno dei magazzini. «Li ho visti uscire di nascosto - racconta Riccardo, storico residente di via Rossini - Avevano con sé borsoni pieni di roba e sono scappati via su un furgone bianco che li stava aspettando. Volevo quasi chiamare Milone...».
Via Rossini è una traversa di via Pistoiese, il cuore di Chinatown. Un angolo di distretto dove si produce a ritmi serrati sette giorni su sette, ma che, allo stesso tempo, appare oggi così lontano dalla Prato tessile di una volta. Le condizioni in cui vive la maggior parte dei lavoratori impiegati in queste confezioni, sono spesso disumane. Adesso, con il sequestro delle fabbriche dove lavoravano offrendo la propria manodopera a un costo bassissimo (0,50 centesimi a pezzo), hanno perso anche un posto per dormire e una cucina dove mangiare. Qui dentro, gli immigrati orientali coinvolti nell'operazione di rastrellamento, coltivavano - anche se può sembrare strano - il sogno di un futuro migliore. Per qualcuno di loro si è spezzato prima di poterlo realizzare, un fatto che contribuirà ad aumentare la tensione nei rapporti con la comunità cinese. Alcuni orientali passeggiano a braccia incrociate fuori dai magazzini, non vogliono parlare con gli italiani e sono chiusi in un rigido silenzio. Qualche volta però prevale la rabbia, come nel caso di Lidia, una ragazza di vent'anni che sbotta in un italiano scarso: «Non è facile trovare casa perché gli italiani non ce l'affittano volentieri - sostiene - dicono che siamo sporchi». Cammina lungo via Rossini con in mano una rivista di annunci immobiliari: insieme a lei c'è la sua famiglia. La madre, ex lavoratrice di una delle 28 ditte chiuse, si fa capire a gesti, dai quali si intuisce che abbia quasi il timore di finire a dormire per strada. Nel mentre, dal balcone di un appartemento si affaccia una coppia italiana, l'unica che ancora vive nel complesso al civico 20. «Tanto torneranno - gridano i due - vedrete tra qualche giorno». Accanto, un artigiano commenta: «Sono dei poveracci. Ieri ho visto donne e bambini in lacrime intenti a raccogliere i propri effetti personali: vestiti, coperte, computer. Dovrebbero prendersela con i padroni del Macrolotto. Sono loro che sfruttano questa gente costretta a vivere nella sporcizia, per fare soldi e comprarsi il macchinone».
Ormai i pratesi che si incontrano in via Rossini o che si vedono affacciarsi dalle case si contano sulle dita di una mano. Negli ultimi anni in molti si sono trasferiti in zone più prestigiose, dove possono vivere, spesso, proprio grazie agli affitti che riscuotono dagli immigrati. Gli immobili sequestrati, sedi delle confezioni cinesi, risultano infatti appartenere quasi tutti (salvo in un unico caso, in cui la proprietaria è una donna cinese titolare di un'agenzia di servizi) ad ex industriali pratesi.
L'arrivo di un secondo blitz in via Rossini pare già essere stato annunciato, questa volta per controllare dal numero 44 in poi. Proprio in quel tratto di strada, un cinese sta intanto caricando l'auto con trolley e scatoloni. «Qui non c'è più lavoro - spiega - me ne vado a Napoli».
Si suppone che siano riusciti a sfuggire ai controlli delle squadre interforze, nascondendosi in un loculo scavato all'interno di uno dei magazzini. «Li ho visti uscire di nascosto - racconta Riccardo, storico residente di via Rossini - Avevano con sé borsoni pieni di roba e sono scappati via su un furgone bianco che li stava aspettando. Volevo quasi chiamare Milone...».
Via Rossini è una traversa di via Pistoiese, il cuore di Chinatown. Un angolo di distretto dove si produce a ritmi serrati sette giorni su sette, ma che, allo stesso tempo, appare oggi così lontano dalla Prato tessile di una volta. Le condizioni in cui vive la maggior parte dei lavoratori impiegati in queste confezioni, sono spesso disumane. Adesso, con il sequestro delle fabbriche dove lavoravano offrendo la propria manodopera a un costo bassissimo (0,50 centesimi a pezzo), hanno perso anche un posto per dormire e una cucina dove mangiare. Qui dentro, gli immigrati orientali coinvolti nell'operazione di rastrellamento, coltivavano - anche se può sembrare strano - il sogno di un futuro migliore. Per qualcuno di loro si è spezzato prima di poterlo realizzare, un fatto che contribuirà ad aumentare la tensione nei rapporti con la comunità cinese. Alcuni orientali passeggiano a braccia incrociate fuori dai magazzini, non vogliono parlare con gli italiani e sono chiusi in un rigido silenzio. Qualche volta però prevale la rabbia, come nel caso di Lidia, una ragazza di vent'anni che sbotta in un italiano scarso: «Non è facile trovare casa perché gli italiani non ce l'affittano volentieri - sostiene - dicono che siamo sporchi». Cammina lungo via Rossini con in mano una rivista di annunci immobiliari: insieme a lei c'è la sua famiglia. La madre, ex lavoratrice di una delle 28 ditte chiuse, si fa capire a gesti, dai quali si intuisce che abbia quasi il timore di finire a dormire per strada. Nel mentre, dal balcone di un appartemento si affaccia una coppia italiana, l'unica che ancora vive nel complesso al civico 20. «Tanto torneranno - gridano i due - vedrete tra qualche giorno». Accanto, un artigiano commenta: «Sono dei poveracci. Ieri ho visto donne e bambini in lacrime intenti a raccogliere i propri effetti personali: vestiti, coperte, computer. Dovrebbero prendersela con i padroni del Macrolotto. Sono loro che sfruttano questa gente costretta a vivere nella sporcizia, per fare soldi e comprarsi il macchinone».
Ormai i pratesi che si incontrano in via Rossini o che si vedono affacciarsi dalle case si contano sulle dita di una mano. Negli ultimi anni in molti si sono trasferiti in zone più prestigiose, dove possono vivere, spesso, proprio grazie agli affitti che riscuotono dagli immigrati. Gli immobili sequestrati, sedi delle confezioni cinesi, risultano infatti appartenere quasi tutti (salvo in un unico caso, in cui la proprietaria è una donna cinese titolare di un'agenzia di servizi) ad ex industriali pratesi.
L'arrivo di un secondo blitz in via Rossini pare già essere stato annunciato, questa volta per controllare dal numero 44 in poi. Proprio in quel tratto di strada, un cinese sta intanto caricando l'auto con trolley e scatoloni. «Qui non c'è più lavoro - spiega - me ne vado a Napoli».
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