Sicurezza
se due lavorazioni sono fatte in Italia
Terzisti scettici sul "made in"
Maria Lardara
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Il parlamentare Andrea LulliSi fa presto a dire "made in Italy". Chiuso nel cassetto del Senato è un provvedimento che fa storcere la bocca a molti imprenditori pratesi. Ma il parlamentare pratese Andrea Lulli (Pd) difende a spada tratta un provvedimento che lo vede firmatario con i deputati leghisti. Il semaforo verde della Camera è scattato già
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PRATO. Si fa presto a dire "made in Italy". Chiuso nel cassetto del Senato è un provvedimento che fa storcere la bocca a molti imprenditori pratesi. Ma il parlamentare pratese Andrea Lulli (Pd) difende a spada tratta un provvedimento che lo vede firmatario con i deputati leghisti.
Il semaforo verde della Camera è scattato già, in settimana si pronuncerà la Commissione industria del Senato. In pratica, basterà che due fasi di lavorazioni avvengano sul territorio nazionale per etichettare un articolo di abbigliamento con tanto di cartellino "made in Italy".
Metti dunque che un tessuto venga importato dalla Turchia o dai paesi asiatici, e che passi nelle mani di un imprenditore pratese per nobilitarlo e cucirlo. «La beffa - fa notare Francesco Grassi, presidente della sezione filature e tessiture dell'Unione industriali - è che poi a confezionare un tessuto d'importazione sarebbe un confezionista cinese che lavora a Prato. In base al disegno di legge, anche quello sarebbe "made in Italy". Comunque - prosegue Grassi - i più penalizzati da questo sistema di etichettatura obbligatoria sarebbero le aziende di nobilitazione del territorio. Per loro verrebbe a mancare una fetta di lavoro, a fronte dell'aumento di tessuti importati già tinti o stampati. I terzisti ne risentiranno forse sul piano dell'immagine, ma la verità è che ormai a Prato si fanno piccole quantità di tessuti». Nei giorni scorsi, non la pensava così il Movimento Contoterzisti guidato da Manuela Biliotti: per Massimo Signori, titolare di una filatura a Montemurlo, il decreto legge così concepito suona come una condanna a morte per le lavorazioni contoterzi, dal momento che un tessuto interamente lavorato a Prato avrebbe la stessa dignità di quello importato dalla Cina e cucito a Prato. «Ma di fatto la maggior parte dei tessuti arriva dalla Turchia e dall'Egitto. Si parla tanto di Cina - puntualizza Grassi - ma sono questi i nostri mercati concorrenti». E se nei giorni scorsi il presidente dell'Uip Riccardo Marini, si era espresso con un cauto ottimismo sul provvedimento, consapevole che «la situazione non potrà essere peggiorativa», più scettiche sul tema appaiono le associazioni artigiane. Come Luca Rinfreschi, ex presidente della Cciaa di Prato e da pochi mesi ai vertici nazionali di Federmoda Cna: «Merito della proposta è indubbiamente il fatto di riportare alla luce le diverse fasi di lavorazione della filiera. Come Cna nazionale stiamo tentando di apportare un contributo alla discussione sulla legge, insistendo sul tasto della tracciabilità che dovrebbe stare anche a cuore degli industriali. Altrimenti - - osserva infine Rinfreschi - se passerà in questo modo, la legge premierà gli interessi della grande distribuzione».
E' sotto la lente d'ingrandimento di Bruxelles che si evidenziano le presunte falle della nuova legge sul "made in". Così secondo Marco Pieragnoli, responsabile di Confartigianato Moda provinciale e regionale. «Intanto non è chiaro il rapporto con le normative europee, per le quali basta l'ultima fase di trasformazione del tessuto per accreditarne la provenienza geografica. E resta da approfondire meglio il capitolo sanzioni».
Ma è un peccato interpretare così la novità, secondo Andrea Lulli, confirmatario del disegno legge che spunta dal cilindro del deputato leghista Reguzzoni. «Ho ricevuto lettere di ringraziamento da terzisti di tutta Italia. Non capisco perchè qui a Prato non si colga la bontà di un provvedimento che punta molto sulla tracciabilità del prodotto».
Soffiando sul vento delle polemiche, Lulli fa notare come «nel distretto non ci sia tutta questa disponibilità di materia prima».
«Dunque se compri un filato in Germania per farlo lavorare a Prato, non lo si etichetta come 'made in Italy'? Un'assurdità: lo Stato non può controllare la produzione lungo la filiera. Non si può certo obbligare Prada - conclude il parlamentare - a rifornirsi dai terzisti italiani e pratesi».
Il semaforo verde della Camera è scattato già, in settimana si pronuncerà la Commissione industria del Senato. In pratica, basterà che due fasi di lavorazioni avvengano sul territorio nazionale per etichettare un articolo di abbigliamento con tanto di cartellino "made in Italy".
Metti dunque che un tessuto venga importato dalla Turchia o dai paesi asiatici, e che passi nelle mani di un imprenditore pratese per nobilitarlo e cucirlo. «La beffa - fa notare Francesco Grassi, presidente della sezione filature e tessiture dell'Unione industriali - è che poi a confezionare un tessuto d'importazione sarebbe un confezionista cinese che lavora a Prato. In base al disegno di legge, anche quello sarebbe "made in Italy". Comunque - prosegue Grassi - i più penalizzati da questo sistema di etichettatura obbligatoria sarebbero le aziende di nobilitazione del territorio. Per loro verrebbe a mancare una fetta di lavoro, a fronte dell'aumento di tessuti importati già tinti o stampati. I terzisti ne risentiranno forse sul piano dell'immagine, ma la verità è che ormai a Prato si fanno piccole quantità di tessuti». Nei giorni scorsi, non la pensava così il Movimento Contoterzisti guidato da Manuela Biliotti: per Massimo Signori, titolare di una filatura a Montemurlo, il decreto legge così concepito suona come una condanna a morte per le lavorazioni contoterzi, dal momento che un tessuto interamente lavorato a Prato avrebbe la stessa dignità di quello importato dalla Cina e cucito a Prato. «Ma di fatto la maggior parte dei tessuti arriva dalla Turchia e dall'Egitto. Si parla tanto di Cina - puntualizza Grassi - ma sono questi i nostri mercati concorrenti». E se nei giorni scorsi il presidente dell'Uip Riccardo Marini, si era espresso con un cauto ottimismo sul provvedimento, consapevole che «la situazione non potrà essere peggiorativa», più scettiche sul tema appaiono le associazioni artigiane. Come Luca Rinfreschi, ex presidente della Cciaa di Prato e da pochi mesi ai vertici nazionali di Federmoda Cna: «Merito della proposta è indubbiamente il fatto di riportare alla luce le diverse fasi di lavorazione della filiera. Come Cna nazionale stiamo tentando di apportare un contributo alla discussione sulla legge, insistendo sul tasto della tracciabilità che dovrebbe stare anche a cuore degli industriali. Altrimenti - - osserva infine Rinfreschi - se passerà in questo modo, la legge premierà gli interessi della grande distribuzione».
E' sotto la lente d'ingrandimento di Bruxelles che si evidenziano le presunte falle della nuova legge sul "made in". Così secondo Marco Pieragnoli, responsabile di Confartigianato Moda provinciale e regionale. «Intanto non è chiaro il rapporto con le normative europee, per le quali basta l'ultima fase di trasformazione del tessuto per accreditarne la provenienza geografica. E resta da approfondire meglio il capitolo sanzioni».
Ma è un peccato interpretare così la novità, secondo Andrea Lulli, confirmatario del disegno legge che spunta dal cilindro del deputato leghista Reguzzoni. «Ho ricevuto lettere di ringraziamento da terzisti di tutta Italia. Non capisco perchè qui a Prato non si colga la bontà di un provvedimento che punta molto sulla tracciabilità del prodotto».
Soffiando sul vento delle polemiche, Lulli fa notare come «nel distretto non ci sia tutta questa disponibilità di materia prima».
«Dunque se compri un filato in Germania per farlo lavorare a Prato, non lo si etichetta come 'made in Italy'? Un'assurdità: lo Stato non può controllare la produzione lungo la filiera. Non si può certo obbligare Prada - conclude il parlamentare - a rifornirsi dai terzisti italiani e pratesi».
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